Il caso Test psicologico per tutti i pm francesi

Si apprende che in Francia da pochi giorni è stata varata una riforma secondo cui chi voglia svolgere la funzione di pubblico ministero dovrà necessariamente sottoporsi ad un esame di tipo psicologico. Sorge allora spontanea la domanda circa la possibilità di importare dai cugini transalpini una simile modalità di selezione anche in Italia.
Conosco già alcune delle possibili obiezioni, alcune fondate, altre no: vediamone alcune. Innanzitutto, l’Associazione nazionale magistrati si straccerebbe le vesti, gridando al crimine di lesa maestà. Essa, infatti, vedrebbe come un vero attentato alla indipendenza dei magistrati l’introduzione di una simile novità, che sarebbe dipinta addirittura con i colori della eversione democratica dai partiti di sinistra e da Di Pietro. Poco male. È normale che coloro che temono di veder ridotto il proprio potere, anche attraverso una selezione preliminare, si premurino di evitarlo. Ma anche altre categorie professionali, riconosciute come particolarmente delicate, sono da anni sottoposte a controlli di questo genere, senza che ciò generi scandalo. Lo sono, per esempio, i piloti di aerei civili per il trasporto di persone. Prevedo la replica: i magistrati, a differenza dei piloti, debbono difendere la loro indipendenza nella interpretazione della legge. Vero. Tuttavia, a parte la considerazione che ogni pubblico ministero ha nelle proprie mani la vita, il destino, l’onore di alcuni milioni di persone, resta da ribadire che proprio per questo motivo non si può assolutamente lasciare che un ragazzo di venticinque o ventisei anni - dopo aver vinto il concorso ed aver svolto il tirocinio - possa decidere di quei beni assoluti in una libertà parimenti assoluta, in quanto sottratta a qualsivoglia controllo.
Una cautela si impone. Certo, so bene che la psicologia non è una scienza esatta. Ma ciò è un bene, perché non si tratta certamente di sottoporre i pubblici ministeri ad un esame di carattere scientifico, ma semplicemente umano. In altre parole, non si tratta di proporre quiz a risposta multipla o improbabili test. Si tratta invece di capire, attraverso una semplice conversazione, se la persona candidata ad avere nelle proprie mani la vita degli altri sia dotato di buon senso; di quel buon senso che spesso - come annota Manzoni - c’è, ma se ne sta nascosto per paura del senso comune. I pubblici ministeri debbono infatti rifuggire come la peste dal senso comune e custodire come specifico compito quello di vedere le cose della vita e le persone con gli occhi del giurista. Il buon senso del magistrato risiede nella verità del diritto, mediato dalla prudenza: non per nulla si studia «giuris-prudenza», vale a dire il modo di usare il diritto con prudenza, con rispetto della dignità delle persone, soprattutto degli indagati. Un colloquio preliminare, condotto da persone nutrite di umanità, potrebbe servire allo scopo.