Cassazione: mai più toga per il magistrato-lumaca

Confermato il licenziamento dalla magistratura di Edi Pinatto, il pm milanese che - quando era giudice in Sicilia - impiegò 8 anni a scrivere una sentenza. E i mafiosi vennero scarcerati

Neanche i giudici di Cassazione si sono fatti convincere o commuovere: il pubblico ministero Edi Pinatto è da oggi ufficialmente fuori dalla magistratura. Le Sezioni Unite della Cassazione hanno depositato oggi la loro decisione sul caso del «magistrato più lento d'Italia», salito all'onore delle cronache per avere impiegato otto anni a scrivere una sentenza, causando così la scarcerazione per decorrenza termini di un folto gruppo di mafiosi. La delibera del Consiglio superiore della magistratura che infliggeva a Pinatto la più grave delle sanzioni disciplinari - in pratica, il licenziamento in tronco - è stata ritenuta dalla Cassazione perfettamente adeguata alle mancanze di cui il giovane magistrato si è reso responsabile.
Era l'ultimo tentativo a disposizione di Pinatto per cercare di limitare i danni. Il 10 marzo scorso, durante l'udienza in Cassazione, il difensore del magistrato aveva cercato in ogni modo di trovare delle attenuanti: il fatto che Pinatto fosse stato spedito nella «trincea» di Gela appena fresco di nomina, che avesse chiesto a lungo di non venire trasferito a Milano prima di avere ultimato le motivazioni, che a Milano fosse stato subito investito da un notevole carico di lavoro nelle sue nuove vesti di pubblico ministero.
Ma non c'è stato niente da fare. A rendere senza via d'uscita la posizione di Pinatto, oltre alla oggettiva gravità degli episodi, è stato il clamore suscitato dalla vicenda. E la pietra tombale sulla carriera di Pinatto in magistratura è stata messa probabilmente da Giorgio Napolitano: il presidente della Repubblica, con un intervento tutt'altro che consueto, aveva chiesto una pena esemplare per il pm milanese. Il Csm, di cui Napolitano è presidente, si è attenuto all'indicazione. E la Cassazione non è stata da meno.
Pinatto aveva atteso la decisione della Cassazione continuando a lavorare come se nulla fosse nel suo ufficio di pm a Milano (dove si era reso protagonista di un altro piccolo caso, dando l'okay alla scarcerazione di un indagato per violenza sessuale). Appariva provato dalla vicenda ma non rilasciava dichiarazioni. Solo qualche giorno fa, alla festa di addio del collega Paolo Ielo (trasferito a Roma), si era concesso un po' di distrazione, accennando anche qualche timido passo di danza.