Castelli: Schiavon ha tradito la mia fiducia

«Era il mio braccio destro e invece mi ha attaccato»

Stefano Zurlo

da Milano

Il caso, almeno sul piano formale, è chiuso. Il Csm ha dato parere favorevole alla nomina di Arcibaldo Miller a capo dell’ispettorato del Ministero della giustizia. Già domani, o al massimo lunedì, Miller prenderà il posto di Giovanni Schiavon, licenziato il 20 maggio scorso da Roberto Castelli per aver firmato sul Corriere della sera un appello promosso da più di centocinquanta giuristi per bloccare le modifiche alla riforma della bancarotta. Schiavon non l’ha presa bene; ieri, sempre sul Corriere della sera, ha dato la sua versione: «In realtà sono stato licenziato dalla lobby che vuole insabbiare gli scandali dei giudici».
Ministro Castelli, lei è il capo degli insabbiatori?
«Mi spiace per Schiavon, la sua è una piccola vendetta personale che però non ha alcun fondamento».
Schiavon fa riferimento ad un’ispezione troppo approfondita al Tribunale fallimentare di Roma.
«Sono allibito dalla parole di Schiavon: quell’ispezione, avviata da un esposto arrivato al Ministero della giustizia il 16 luglio 2002, ha prodotto risultati corposi. Schiavon, tanto per cominciare, inviò correttamente i risultati delle sue analisi alle Procure di Roma e Perugia che hanno fatto il loro lavoro, al punto che un magistrato della capitale è stato arrestato. Io, per parte mia, ho avviato sei, dico sei, procedimenti disciplinari, più due procedure di trasferimento d’ufficio. Attenzione, questo avveniva fra il settembre 2002 e il 2003».
La denuncia di Schiavon è arrivata troppo tardi?
«Io mi sono mosso nel 2003, lui decide di entrare in polemica nel 2005. È curioso. Comunque, nel 2004, ho chiesto al Csm la sospensione dalle funzioni e dallo stipendio di un magistrato, la stessa cosa ha deliberato il Csm per un’altra toga. Ma le sembra che con tutta questa raffica di provvedimenti, io sia il capo degli insabbiatori?»
Allora, qual è la sua verità?
«Il numero uno dell’ispettorato ha firmato un appello che andava contro il Governo».
Scandalo?
«È venuto meno il rapporto di fiducia fra me e lui. Non è un problema di contenuti, ma di metodo. Se lui mi avesse telefonato per dirmi: “Guarda che questa riforma non funziona”, io avrei preso nota e l’avrei pure ringraziato per la segnalazione».
Tutto qua?
«È andata così. Il capo dell’ispettorato è il braccio destro del Ministro: è colui che esercita per conto del Guardasigilli quel potere delicatissimo che è l’azione disciplinare».
Schiavon ha evocato il sottosegretario Jole Santelli, sua presunta nemica.
«La Santelli non ha mai fatto pressione per allontanare Schiavon. Del resto, avrebbe ottenuto l’effetto opposto».
Ministro, non è che fra lei e Schiavon ci fosse dell’altro?
«In effetti, in precedenza c’era stato un problema».
Dove?
«Non glielo dico. Alla fine di un’ispezione, mi aveva rassicurato di non aver trovato nulla da ridire. Invece mi sono letto le carte e ho dovuto avviare l’azione disciplinare».
Parla delle consulenze miliardarie commissionate dalla Procura di Milano?
«Non rispondo».
Al «Giornale» risulta che proprio in quell’occasione lei ha preso una decisione diversa da quella proposta da Schiavon. Lei ha mandato ancora gli ispettori a Milano per studiare il fascicolo 9520, quello che aveva mandato su tutte le furie Cesare Previti. I suoi 007 conclusero che Ilda Boccassini e Gherardo Colombo non potevano tenere nascoste le carte del fascicolo.
«Con me, Milano non è più un santuario intoccabile».
Prima lo era?
«L’ultima ispezione era avvenuta cinque anni prima, la legge parla di controlli ogni tre anni».
Il rapporto sul 9520 fu firmato da Cirò Monsurrò e Arcibaldo Miller. Ora Miller è il nuovo capo dell’ispettorato. Una coincidenza?
«Forse bisogna chiedersi perché avevo suggerito a Schiavon di inviare proprio Miller a Milano».
Perché?
«Miller non distingue fra la star e il magistrato sconosciuto. Fa il suo dovere e, se è il caso, segnala le anomalie. È persona coraggiosissima, per questo l’ho posto a capo dell’ispettorato».