La catena di Sant’Antonio all’epoca del web

Ogni giorno computer intasati da finte raccolte benefiche e annunci «spam»

Tra Viagra in offerta speciale, promozioni di casinò che promettono vincite milionarie, pornografia di vario genere, chiunque utilizzi per lavoro la posta elettronica deve fare i conti con lo «spam», i messaggi indesiderati che inondano ogni giorno le e-mail di tutto il mondo. Ci sono filtri che possono arginare il fenomeno: gli indirizzi dei mittenti dei messaggi spazzatura sono ormai «segnati» come untori, riconosciuti ed eliminati preventivamente da molti software per la gestione della posta e dai client web. Ma non c’è sistema che tenga quando a fare da untori sono amici o colleghi, pronti loro malgrado a diffondere come un virus le migliaia di bufale che girano per internet sotto forma di catene di Sant’Antonio digitali, con storie più o meno strazianti al seguito.
A chi non è mai capitato di ricevere messaggi che invitano a salvare la vita a bambini ustionati o colpiti da rare e misteriose malattie semplicemente inoltrando la e-mail agli indirizzi della propria rubrica? E per quanto sia incredibile, nel 2007 c’è ancora chi crede che ci siano società di software e provider internet che pagano un tot di centesimi per ogni messaggio inoltrato dai familiari del bimbo malato di turno.
Sadismo, più che beneficenza. Non si comprende perché mai Microsoft, per fare un esempio, contattata dai genitori di una ragazzina con la leucemia, invece di concedere le poche migliaia di dollari necessari al viaggio della speranza, ovviamente dando pubblicità alla notizia per ottenerne un ritorno d’immagine, dia vita a una specie di lotteria: «Bene, fate girare l’appello e per ogni e-mail che viene inoltrata vi daremo un po’ di soldi».
Ma la mancanza di ogni parvenza di ragionevolezza non ferma il fenomeno. I casi umani e gli appelli si moltiplicano, molti casi hanno all’origine storie e drammi reali, ma continuano a circolare molto tempo dopo la morte del protagonista del messaggio, rendendo inutile e grottesca la perpetuazione della catena. Persino le bufale più conclamate, inventate di sana pianta, trovano benzina nella semplicità dell’operazione richiesta per pacificarsi la coscienza: in fondo non si chiedono soldi, ma solo di alimentare questa odiosa forma di spam. Un esempio? Qui al Giornale, pochi giorni fa, è piombata nelle caselle di posta la richiesta d’aiuto per Rachele, bimba di dieci anni che, spiega il padre George Arlington nella mail, ha un cancro al cervello. Il sistema per aiutare il signor Arlington, illustrato dallo stesso, è il solito: «Io invio questa e-mail a voi e voi inviatela ad altre persone. AOL rileverà la traccia di questa e-mail e calcolerà quante persone la riceveranno. Ogni persona che aprirà questa e-mail e la invierà ad altre persone ci donerà 32 centesimi». Inutile dire che non c’è modo di «tracciare» una mail che finisce su milioni di pc. Ma questo appello-bufala, che risale al lontano 2000, da sette anni continua a essere raccolto. E a rigenerarsi, proprio grazie a quanti lo inoltrano senza preoccuparsi di lasciare in coda alla mail la «firma» con i propri dettagli. Nel caso della nostra Rachele, per esempio, accanto al nome del padre c’è un numero di telefono attribuito a un istituto di virologia di Roma. È stato disattivato, ora risponde un messaggio registrato che spiega: «Questo numero fa riferimento a un’e-mail falsa». Stessa storia per il malcapitato maresciallo della Gdf Marco B., che ha involontariamente «accreditato» la bufala di Rachele lasciando nel corpo del messaggio il suo nome e i suoi recapiti. Una leggerezza pagata cara: la sua mail non è più attiva, e anche al suo numero di telefono ora risponde una registrazione per spiegare che l’utenza è stata disabilitata e che «se questo recapito telefonico è stato individuato in una e-mail, sappiate che il contenuto della stessa è ingannevole».
Per contrastare il diffondersi del fenomeno, la prima cosa da fare è una rapida e facile verifica. Di solito basta inserire il nome della «vittima» su Google, ma per avere altri dettagli ci sono molti siti su internet, anche in italiano, che si occupano di smascherare le catene di Sant’Antonio (molto curata quella del giornalista Paolo Attivissimo: www.attivissimo.net/antibufala, piena di curiosità sulle leggende della rete). Fateci un giro prima di inoltrare alla cieca. Infine, un ultimo suggerimento: quando spedite una mail a molti indirizzi tutelate la privacy dei destinatari, inserendoli nel campo «Ccn» (Copia conoscenza nascosta) del vostro programma di posta. Così chi riceverà l’e-mail non leggerà gli indirizzi di tutti gli altri a cui l’avete mandata. Accorgimento utile soprattutto nelle catene di Sant’Antonio, vera e propria miniera di indirizzi per gli «spammer».

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