Cei, Bagnasco: "Politici obbligati alla sobrietà"

Il presidente della Cei all'apertura del "parlamentino" dei vescovi italiani ricorda l'articolo 54 della Carta: "I politici siano sobri". E sul caso Boffo: "Nessuno può pensare di intimidire la Chiesa. Non staremo zitti"

Roma - "Chiunque accetta di assumere un mandato politico sia consapevole della misura e della sobrietà, della disciplina e dell’onore che esso comporta, come anche la nostra Costituzione ricorda": Lo ha sottolineato il presidente dei vescovi italiani, cardinale Angelo Bagnasco, nella prolusione che ha aperto oggi il Consiglio permanente della Cei a Roma. "Come vescovi - ha aggiunto - sottolineiamo anche noi con il Papa l’importanza dei valori etici e morali nella politica ad ogni livello". Nel testo diffuso alla stampa viene citato l’art. 54 della Costituzione. Dall’altra "bisognerà rilevare che la socialità, e dunque l’etica, non potranno più essere, nella mentalità dei credenti, lasciate in seconda fila rispetto alla politica o all’economia quali optional marginali, ma devono essere coestese all’intera attività umana, anche a quella più arditamente complessa".

"La Chiesa non si fa intimidire" "La Chiesa è in questo Paese una presenza costantemente leale e costruttiva che non può essere coartata né intimidita solo perché compie il proprio dovere" ha proseguito Bagnasco che ha ricordato il caso Boffo, in apertura del consiglio permanente della Cei, il cosidetto "parlamentino" episcopale che si riunisce da oggi a giovedì a Roma. Nel rivendicare il diritto di affermare anche "verità scomode", il porporato ha precisato che la Chiesa "non ha avversari e resta con chiunque amica", né i vescovi pretendono di fare "i padroni". "È ancora vivo in noi infatti un passaggio amaro che, in quanto ingiustamente diretto ad una persona impegnata a dar voce pubblica alla nostra comunità, ha finito per colpire un po' tutti noi" ha esordito l’arcivescovo di Genova nel suo intervento.

"Nessuna confusione" "La coerenza tra la fede e la vita è tensione che attraversa e invera il cristianesimo, ed è in un certo qual senso la misura della sua sincerità" ha ricordato il cardinale. "Su questo davvero non possiamo accettare confusione, tanto meno se condotta con intenti strumentali o per perseguire obiettivi che nulla hanno a che fare con un rinnovamento complessivo della società in cui viviamo" ha ammonito. "E' bene - ha aggiunto il porporato in un altro passaggio del suo intervento - essere consapevoli che la comunità cristiana mai potrà esimersi dal dire (sulla base di un costume di libertà che sarebbe ben strano fosse proprio a lei inibito) ciò che davanti a Dio ritiene sia giusto dire".

"Non siamo padroni" "Niente - ha puntualizzato - ci è più estraneo della volontà di far da padroni: cittadini di questo Paese, conosciamo bene i principi e le regole che reggono una democrazia pluralista, nella quale tuttavia le religioni sono presenze né abusive né sconvenienti, puntando esse in tutta trasparenza, e fuori da ogni logica mercantile, al colloquio con le coscienze e alla lievitazione della riflessione comune". In altri termini, ha proseguito, "la Chiesa pellegrina in Italia non indietreggia, e mai rinuncerà, secondo la sua tradizione, ad un atteggiamento di apertura virtuosa collaudato negli anni, e spera che altri si affaccino o continuino ad affacciarsi nell’agorà pubblica con onestà e passione, amore disinteressato per le sorti comuni, autentica curiosità intellettuale, in vista, se ci saranno, di alcune convergenti sintonie".