Censura sinistra

Apocalypto di Mel Gibson è stato presentato l'altroieri alla stampa. Solo da oggi pomeriggio i politici lo vedranno, se lo vedranno, col resto del pubblico. Quindi costoro l'altroieri e ieri parlavano - succede spesso - per sentito dire, incluso il ministro Francesco Rutelli e vari esponenti della maggioranza, che dovrebbero sostenere il comitato di censura che ha deciso a maggioranza e che è di nomina pubblica. Sono emerse anche, più che ragioni di merito, ragioni di procedura: Apocalypto non vietato ai minori in Italia, vietato ai minori lo è altrove. Abbiano torto o ragione, questi politici dimostrano una flebile opinione della sovranità nazionale...
Apocalypto è un film con tanta violenza? Sì. Apocalypto ha più violenza che The Passion, sempre di Mel Gibson? No. Uscito due anni fa, annunciato da una mobilitazione impressionante di politici, religiosi, intellettuali (non di critici: loro poteron vederlo per ultimi), The Passion era vietato ai minori in Italia? No. Era vietato ai minori altrove? Sì. Qualcuno trovò da ridire? A parte chi scrive, no. C'era compiacimento nel rappresentare la violenza su Gesù? Sì. La vastissima campagna contro di esso si basò essenzialmente su quel compiacimento? No. Dunque si può dubitare dei reali moventi di chi accusa Gibson per Apocalypto? La verità è che parve difficile aggredire The Passion per la violenza quando era già aggredito per altre ragioni. Non aveva convinto perfino il Papa?
Quando si affronta il caso Gibson, questo complesso politico-religioso di Gibson va rammentato. Lui non è solo un divo e un regista da Oscar: è un sogno per alcuni, un incubo per altri. I primi gli perdonano tutto, i secondi non gli perdonano nulla. Più noti i tormentoni di questi ultimi: «Gibson antisemita», «Gibson alcolizzato», «Gibson ipocrita: si dice credente, ma ha una figlia naturale».
Colpire per la condotta privata chi ha una vita pubblica non è elegante, ma nemmeno stupisce. Stupisce invece la minima attenzione per l'impressionante serie di ruoli di Gibson. Eppure già vent'anni fa, in Arma letale, che l'impose al mondo come divo, c'era una battuta del coprotagonista, Danny Glover, che ne faceva notare la propensione masochista. Pareva una trovata di sceneggiatura, mentre era la constatazione di chi lo conosceva bene.
Da allora, la vena sempre masochistica e talora sadica di Gibson s'è delineata vieppiù chiaramente, soprattutto dopo l'Oscar per Braveheart. Da quel momento l'autore che covava in Gibson aveva il sopravvento sulle reticenze dei produttori americani a esplorare il confine fra erotismo e sofferenza. Un tabù che aveva resistito a lungo: Il portiere di notte di Liliana Cavani (1974) e Salon Kitty di Tinto Brass (1976) furono successi, ma avevano gettato un alone sulfureo sugli autori perfino nella più permissiva Europa.
Esempi della marcia di Gibson verso l'esplicita rappresentazione della sua particolare forma di desiderio? In Un anno vissuto pericolosamente (1982) il calcio di un fucile gli toglie un occhio; nell'Uomo senza volto (sua prima regia, 1993) è sfigurato per tutto il film; in Braveheart (1995) viene squartato; in Ipotesi di complotto (1997) è un paranoico fresco di manicomio, seguace della teoria del complotto, per la quale ogni evento politico cela segrete trame; in Payback (1998) gli spaccano i piedi a martellate; in Million Dollar Hotel (1999) è chiuso in un impressionante busto ortopedico; nel Patriota (2000) gli ammazzano il figlio sotto gli occhi. Per non parlare dei carnai bellici o postbellici (nucleari) di Interceptor (1979), Il guerriero della strada (1981), degli Anni spezzati (1981), di Mad Max (1985) e We Were Soldiers (2002). La critica non si scandalizzava. Soprattutto, il pubblico accorreva. Non ha più smesso di farlo: The Passion ha incassato cinquecento milioni di dollari.
Si notava sopra che, in Italia, Apocalypto urti soprattutto politici della maggioranza. Eppure lì s'affollano partiti, o eredità di partiti, che della lotta contro la censura han fatto la loro bandiera per decenni. Rammentate il caso di Ultimo tango a Parigi di Bertolucci? O quello di Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pasolini? In nome della libertà di espressione, fu per lo più dalla sinistra e dall'estrema sinistra che si reclamò il diritto a presentare quelle «opere d'arte», se vietate ai minori. Giusto. Prendere un popolo per un popolo di bambini è un errore in democrazia. Ma quali erano le «opere d'arte» e quali le opere e basta? Dopo la sconfessione circa Ultimo tango da parte della magistratura, che sequestrò il film, la commissione censura perse credibilità in quanto troppo tollerante; poi a perdere credibilità, in quanto intollerante, fu la magistratura, perché Ultimo tango tornò in circolazione dopo la condanna - letteralmente - al rogo e il pubblico lo plebiscitò.
In un Paese dove un'istituzione ne screditava un'altra e infine screditava se stessa, dov'era «il comune senso del pudore» che il codice penale intendeva salvaguardare? Non più nelle scuole (caso Zanzara al Parini di Milano, 1966); non più sulle spiagge (topless libero dal 1975); non più nelle edicole (dove campeggiavano tette e culi dal 1970); non più nei teatri (nudo di Equus, 1974); non più in tv, che fossero le private (caso Bustarella di Antenna 3, 1980, con genitori sereni davanti alla figlie, volentieri nude), non più nemmeno nelle aule-bunker (concepimenti fra brigatisti rossi sotto gli occhi dei carabinieri, 1982).
Il cinema procedeva allo stesso passo della società italiana. Si dirà: ma quella era liberazione, quella di Gibson è perversione. Ma è un fragile distinguo. O si imbriglia sempre la libido o non la si imbriglia mai. Almodóvar è un genio perché canta la sodomia e Gibson è un mostro perché mostra la violenza e si capisce che ci gode? E allora che dire delle tante crocifissioni dell'arte sacra, dei tanti san Sebastiani trafitti dalle frecce che le chiese ospitano senza imbarazzi? Omnia munda mundis, certo. Ma poi chi separa i mondi e gli immondi?