Ceramica a tavola, l’arte è servita

Parlano il linguaggio leggiadro di una «dolce vita» settecentesca tra rococò e neoclassicismo le ceramiche da mensa, i vasi, le statuine e le suppellettili di Giacomo Boselli, splendidi per gamma cromatica ed esuberanza di decoro, provenienti da prestigiose raccolte pubbliche e private, in mostra a Palazzo Rosso fino al: «Jacques Bosellij. L'arte del Settecento europeo nelle ceramiche di Giacomo Boselli». Ricorre quest'anno il bicentenario della morte del ceramista savonese (1744-1808) che dalla sua fabbrica con fornace nel Borgo di San Giovanni divenne uno dei protagonisti dell'arte genovese della seconda metà del diciottesimo secolo. In quell'epoca di grave crisi economica per la Repubblica, riuscì infatti, sperimentando nuovi materiali e nuove tecniche di decoro, ad eguagliare la qualità della migliore produzione francese ed europea, contribuendo a diffondere le correnti di gusto rocaille, goût grec, chinoiseries e neoclassicismo.
«Nel Settecento - spiega la curatrice Loredana Pessa - la ceramica, sotto forma di porcellana e grande terraglia, rappresenta una delle arti guida, alla pari con le arti maggiori, per concorrere a rendere la vita quotidiana un capolavoro». Tra i facoltosi committenti di Boselli, aristocratici quali i Durazzo, i Cambiaso e i Doria ma anche borghesi, accomunati dalla cultura illuministica e dall'ammirazione per la moda francese.
L'arma dei Cambiaso spicca sugli straordinari rinfrescatoi da bottiglia che i servitori riempivano di ghiaccio, mentre la zuppiera con coperchio in maiolica rivela l'amore per la natura di Boselli, membro dell'Arcadia. È a forma di cavolo, riprodotto fedelmente nei colori e nei dettagli di foglie e nervature con la tecnica trompe-l'œil tipica delle manifatture d'Oltralpe. Arte e scienza costituiscono ancora un tutto unico, prima che l'Ottocento le separi.Nel «Ratto di Proserpina» del 1788 la porcellana biscuit imita il celebre marmo dello Schiaffino di collezione Durazzo. L'eccellenza di quest'opera spalancò a Giacomo le porte del successo, assicurandogli per otto anni, fino alla fine della Repubblica aristocratica, l'esclusiva a Genova: aveva infatti scoperto il segreto della porcellana, caolino purissimo e temperature a 1400 gradi.
I serti di piccoli fiori sul bordo dei piatti assomigliano ai ricami che adornavano le stoffe francesi di raso degli abiti di gala dei genovesi. Deliziose le statuine policrome in maiolica decorata «a terzo fuoco», cioè con una terza cottura a temperatura più bassa per ottenere colori brillanti come l'oro e il rosso porpora. Comprendono figure maschili e femminili, vendemmiatori, Bacco e Arianna, le Quattro Stagioni e coppie di giovani danzanti abbigliati con abiti, calzature e cappelli degli ultimi decenni del Settecento. L'esposizione, allestita da Elisabetta Agostino con grafica di Paola Marelli, è uno dei contributi genovesi al terzo Festival internazionale della maiolica di cui sono protagonisti anche Albisola Superiore, Albissola Marina, Savona e Vado.