Cercasi «clone» per miliardario a corto di eredi

da New York

Le grandi fortune americane sono spesso dovute al genio e alle fatiche di un prezioso avo. Dai baroni di Wall Street alla McDonald, dalla Coca Cola ai grandi magazzini Wal-Mart, dalla Levi’s alla Johnson and Johnson, le famiglie dei miliardari vivono poi, di generazione in generazione, dei frutti e della creatività di un antenato genio.
Un avo che, in punto di morte, ha sempre nominato il suo legittimo erede. Oppure, in mancanza di un figlio, una figlia o un nipote prediletto, ha dovuto affidare il suo impero a uno stuolo di manager mentre i suoi eredi - a cui mancava la stoffa e la voglia di lavorare - diventavano i classici «trust fund babies» (figli di società fiduciarie, ndr) e si godevano il nome di famiglia e gli investimenti a suon di ville, Rolls Royce, matrimoni sbagliati e vite vissute sui campi da golf.
Ma adesso le cose sono cambiate: l’erede, adesso, lo si può anche «clonare». Quasi geneticamente. Ci sta provando il miliardario Warren Buffett, l’oracolo della Berkshire Hathaway, che ha accumulato una fortuna grazie al suo fiuto per la Borsa e ai suoi investimenti in società come Coca Cola e l’editrice del Washington Post. Buffett ha 76 anni («Dovrei starmene con la pancia al sole, in pensione» ammette lui) e due bracci destri che veleggiano sui 60. «Se muoio domani uno dei due mi sostituirà. Ma devo trovare un sostituto giovane», ha confessato.
Così Buffett cerca un businessman che sia geneticamente il suo sosia: un giovane che abbia il suo fiuto, che abbia il genio della finanza, che abbia il suo stesso senso dell’umorismo e a cui piacciano i film di Woody Allen, gli hamburgers, la Cherry Coke e le torte di mela.
Buffett non è l’unico miliardario americano a cercare di clonare un erede. Anche la terza generazione dei Padnos, una ricchissima famiglia del Michigan, cerca un clone che creda ancora nei principi instaurati dal loro bisnonno, Louis: un ebreo che a 13 anni era scappato dalla Russia, aveva imparato l’olandese ad Amsterdam ed era arrivato negli Stati Uniti su una nave di immigranti approdati a Ellis Island. Da lì aveva seguito gli altri immigranti olandesi e si era trovato casa nella comunità di Holland, dove nessuno parlava altra lingua che non quella della lontana Olanda.
Con una carrozza e un vecchio cavallo, Louis Padnos si era messo a cercare dei vecchi pezzi di metallo, riciclandoli. Un business che oggi, col nome di Iron and Metal Company, vale circa mezzo miliardo di dollari, suddiviso tra i quattro fratelli e sorelle che sono ancora al timone della loro impresa, pur vedendosi avvicinare l’età della pensione, come per Warren Buffet. Ma i loro figli sono troppo giovani per affidare loro il futuro della Padnos. E i manager? Sono affidabili, onesti e persone dedicate. Ma sono anche molto diversi da loro. Sono protestanti, provinciali, tipici businessmen del Michigan, non hanno fantasia e non hanno mai girato il mondo.
Così i Padnos hanno deciso di mettersi al lavoro per trasformarli, anzi quasi più per clonarli, e hanno ingaggiato Michael DeWilde, un professore di filosofia che aveva abbandonato una cattedra lucrativa per insegnare letteratura ai carcerati e ai poveri. Un libero pensatore, un liberale come loro. A lui hanno affidato il compito di trasformare i futuri manager dell’impresa in cloni di una famiglia in cui l’ebraismo è rispettato, il liberalismo politico è di casa e la filantropia è più preziosa dei miliardi.
Uno dei quattro fratelli, Jeff, ad esempio, in gioventù aveva abbandonato per un anno l'università per andare a insegnare scienze a Katmandu e visitare l’Oriente.
Così ai manager è stato imposto di leggere Freud, Sofocle e Thoreau; di abbonarsi al New York Times. Di andare a Chicago e comperarsi biglietti per l’opera, i drammi teatrali e i musical. Di abituarsi a dare in beneficenza i miliardi di famiglia. A parlare di religione e rispettare le festività ebraiche. Di imparare a memoria il diario del bisnonno e la sua filosofia di vecchio ebreo russo.
Insomma a diventare dei Padnos. Ci riusciranno? «Sono persone dedite e ci vogliono bene - ha spiegato Shelley Padnos, uno dei quattro proprietari dell’azienda -. E siccome siamo cocciuti non ci arrenderemo finché non la penseranno come noi».