Cersaie, in Fiera a Bologna il mondo della ceramica

«C'è una grande aspettativa da parte degli operatori verso questa manifestazione, che si tiene nel pieno di una crisi economica generale, ma in particolare del settore edile italiano». Esordisce così Franco Manfredini, presidente di Confindustria Ceramica e della società Casalgrande Padana.
Tema dell'intervista è naturalmente la prossima edizione del Cersaie, Salone Internazionale della Ceramica per l'Architettura e dell'Arredobagno, che aprirà i battenti nel quartiere fieristico di Bologna martedì 25 settembre, per richiuderli sabato 29. E subito Manfredini aggiunge: «Nei confronti di Cersaie c'è anche un sentimento di fiducia che possa rappresentare unoccasione per intravedere qualche via di uscita».
Il Salone, che quest'anno festeggia il suo trentennale, non è solo un appuntamento fisso e imperdibile per chi è interessato alla ceramica e all'arredobagno (l'altro grande tema della manifestazione) in Italia, ma lo è anche per gli operatori del settore di tutto il mondo.
È un dato di fatto: la ceramica per l'arredamento (a tutto tondo) è un'eccellenza italiana e così, nel corso della sua storia, Cersaie si è imposto come il più importante evento mondiale del mercato delle piastrelle e dintorni. Oltre alle realtà nazionali, espongono in questa rassegna i più importanti produttori internazionali, in particolare di paesi che competono direttamente con l'Italia in questo mercato, come la Spagna e la Cina. E vengono a visitarlo delegazioni di buyer, architetti, designer, giornalisti specializzati provenienti da tutto il mondo.
L'internazionalità resta, infatti e nonostante tutto, un aspetto rilevante del comparto made in Italy. «Il nostro prodotto - spiega Manfredini - è di gamma media e alta, quella in cui il costo del trasporto incide meno. Ormai l'80 per cento della nostra produzione viene esportato. Questo significa che il nostro business risente dei diversi andamenti delle economie della varie zone del mondo. L'andamento delle nostre esportazioni rappresenta uno specchio di come sta andando il mondo. Data la maggiore vicinanza geografica, la maggior parte dell'export si concentra in Europa e in Nord America. A causa della debolezza della domanda nel Sud Europa, il mercato continentale si è indebolito. In compenso abbiamo registrato un miglioramento in Nord America. Sommando i due andamenti, però, nella prima metà dell'anno non ci sono stati per il settore segni di crescita».
A fronte di questa situazione e considerando la crescente competizione da parte di paesi produttori come la Cina e la Spagna, il presidente di Confindustria Ceramica auspica alcuni cambiamenti di carattere economico e strutturale: «Il comparto della ceramica, come altri comparti quali le rubinetterie o la gioielleria che vantano la leadership mondiale dell'esportazione, potrebbero fare ancora di più se il nostro Sistema Paese fosse più competitivo. Rispetto ad altri paesi europei produttori di ceramica abbiamo i costi di energia e lavoro e la tassazione più alta. La burocrazia incide poi moltissimo sulla capacità di concorrere. Molti problemi sono il risultato di una situazione monopolistica. Il provvedimento della separazione della rete Snam da Eni è stato opportuno per poter arrivare anche in Italia a un mercato dell'energia concorrenziale, dove le nostre aziende potrebbero approvvigionarsi di gas a prezzi inferiori (considerata la sovrabbondanza di questo combustibile, ndr), come avviene nel resto del mondo. Parte del nostro futuro, insomma, dipende dalla volontà dei politici. Siamo sulla strada buona, ma speriamo che il percorso sia realizzabile».
«In tutto il mondo - continua Manfredini - sono nati poli produttivi che copiano la ceramica italiana. Una nostra forza è sempre stata la sinergia tra fabbricazione di prodotti finali e di impiantistica, che forniscono i poli produttivi di tutto il mondo».
Per fortuna, l'industria italiana continua a puntare sull'evoluzione tecnologica, sulla creatività e sulla qualità, mantenendo così un vantaggio competitivo rispetto a produzioni più all'insegna della quantità e di un'economicità che fa rima con minore qualità e spesso inesistente ecosostenibilità dei processi produttivi.