Cesana: «Dico no all’eutanasia e all’uso strumentale della morte»

Il Vaticano non commenta ufficialmente. Lo sdegno del vescovo di Civitavecchia Grillo: «È stato un fatto gravissimo, non si può togliere la vita così a un uomo»

«Sono contrario all’eutanasia e considero davvero pestifera la strumentalizzazione che è stata fatta del caso, usato come grimaldello per introdurre norme che permettano il suicidio assistito. Sulla sofferenza di Piergiorgio Welby e sulla sua morte, però, non voglio pronunciarmi né giudicare». Giancarlo Cesana, leader di Comunione e Liberazione, medico del lavoro, è convinto che la vicenda umana di Welby sia stata usata per finalità ideologiche.
Come giudica ciò che è avvenuto in casa Welby?
«La prima cosa che mi sento di dire è che ci vuole carità cristiana per un uomo che ha sofferto molto e che speriamo abbia trovato la pace. La seconda è che manca poco a Natale, cioè alla festa che fa memoria del Dio diventato un bambino: è difficile vincere la disperazione che produce la sofferenza senza Cristo, dunque bisogna stare sempre attenti a giudicare...».
Cioè lei non si pronuncia sul distacco del respiratore?
«Non ero lì. Di ciò che è accaduto coloro che erano presenti porteranno la responsabilità di fronte a stessi, agli altri e a Dio».
Si è enfatizzato questo caso per porre il problema dell’eutanasia...
«Quando ho detto è ben diverso dal postulare l’eutanasia come diritto: introdurla in questi termini diventa un modo per suicidare persone che non l’hanno chiesto. La strumentalizzazione del caso, il farne una bandiera per fini ideologici, è stato l’aspetto pestifero della vicenda».
Perché lei è contrario all’eutanasia?
«Bisogna intendersi innanzitutto su ciò che si vuol dire con questo termine. Se si intende alleviare le sofferenze quando si avvicina la morte, non sono contrario. Se invece è un diritto al suicidio assistito sono contrario. Penso ad esempio al caso di Therry Schiavo, che non aveva espresso il desiderio di sospendere le cure e che aveva dei genitori disposti a prendersi cura di lei, ma è stata lasciata morire. La vita è un valore fondamentale, è un dono, non è cosa nostra».
C’è chi dice che quest’idea non possa essere imposta a tutti.
«L’obiezione è stata usata anche per introdurre la legge sull’aborto: si parte sempre dai casi-limite, dai casi difficili, poi diventa un diritto per tutti. Introdurre una legge sull’eutanasia significa in qualche modo cominciare ad imporla: diminuisce il valore fondamentale della vita umana, si apre la strada all’arbitrio. In ogni caso, come cristiano, sostengo ciò in cui credo come valore per tutti. Del resto è sbagliato credere che queste vicende siano “confessionali”».
Il problema sollevato dal caso Welby quanto è diffuso?
«Vorrei notare che i malati della sindrome che ha colpito Welby sono circa cinquemila in Italia, e 4.999 mi sembra vogliano continuare a vivere. Dovremo chiederci come fare per rendere più umana e degna di essere vissuta la loro esistenza, cioè come aiutarli a vivere. Un adagio francese del XIV secolo diceva: “Guarire qualche volta, curare spesso, confortare sempre”. Per questo ci vuole qualcuno che li ami, che ci ami, qualcuno che ritenga preziosa la vita del malato, anche se non soddisfa certi canoni così ostinatamente sottolineati dalla società».
Quanto conta l’autodeterminazione del malato?
«Conta, certo, perché nessuno può obbligare un uomo a operarsi, anche se colpito da un grave tumore. Ma vorrei sottolineare che in certe situazioni si subisce molto l’influenza di chi ci sta intorno, il fatto di vedere che si è di peso».