Che catastrofe il concerto mondiale anti-catastrofe

Tutti diventeranno buoni, o in alternativa Bon Jovi: l'effetto serra
sparirà, i consumi si ridurranno, la Terra sorriderà. E se nel
frattempo, per organizzare il maxi concerto, si sono bruciate risorse
naturali in quantità ciclopica, chi se ne importa? <a href="/a.pic1?ID=191331" target="_blank"><strong>Sul palco le popstar verdi che inquinano di più</strong></a>

Piove, concerto ladro. Ma li avete visti i grandi cantanti ecologicamente compatibili? Non hanno fatto in tempo a salire sul palcoscenico planetario per salvare a colpi d'ugola la natura, il mondo, l'universo e magari, già che ci siamo, anche il loro portafoglio, e zac, che ti succede? Salta fuori, proprio in mezzo al bio rock intercontinentale, la notizia che la desertificazione del pianeta è momentaneamente sospesa. Ci scusiamo per il disagio: il catastrofismo riprenderà non appena possibile. Lo scorso giugno, in effetti, è stato, almeno in Italia, il più piovoso degli ultimi 200 anni. Avete capito bene: il più piovoso. Cammelli a Casalbuttano? Casalpusterlengo provincia del Sahara? Tuareg in transito nell'oasi di Pizzighettone? Macché. Persino lo strombazzatissimo livello del Po è tornato normale. Lo giuro: non è un miraggio. E nemmeno un miracolo, nonostante l'apparizione di Madonna.
Il fatto è che loro se la cantano e se la suonano. Evviva. Che c'è di meglio, per stordirsi, che un po' di musica, le sette note e i sette impegni per salvare il mondo, naturalmente il sette luglio del duemilasette? Wow, ve ne siete accorti? Tutto questo «sette» (7) fa così magico: la cabala riuscirà, vedrete. Tutti diventeranno buoni, o in alternativa Bon Jovi: l'effetto serra sparirà, i consumi si ridurranno, la Terra sorriderà. E se nel frattempo, per organizzare il maxi concerto, si sono bruciate risorse naturali in quantità ciclopica, chi se ne importa? E chi se ne importa se si è generato più smog di quello che tutti i partecipanti al concerto potranno mai evitare con il loro comportamento «carbon neutral»? Balla che ti passa. E appena esci, compra il prossimo disco delle bio-star. Mi raccomando: amano molto l'ambiente ma non sopportano di restare al verde.
Del resto, l'organizzatore dell'evento, il mitico Al Gore, l'uomo che vive in due lussuosissime ville e chiede agli altri di limitare i consumi, ci ha avvisato: ci resta poco tempo. Se non cambiamo vita, fra dieci anni il mondo sparirà. Il Wwf, ameno circolo di inguaribili ottimisti, dice invece che il mondo sparirà nel 2050. Non male: ci abbiamo guadagnato trent'anni. È già qualcosa, anche se è nulla rispetto a quello che guadagnano loro con i concerti. Ma, cantando sotto la pioggia, mi viene un dubbio: questi geni delle previsioni sono gli stessi, per caso, che nel 1972 scrissero il famoso rapporto sulla fine del pianeta? Quelli per cui l'oro si doveva esaurire nel 1981, il petrolio nel '92, il gas nel '93 e l'uomo di conseguenza subito dopo? Evidentemente non è andata così: l'oro non si è esaurito, il petrolio neppure, e l'uomo men che meno. Tocchiamo ferro, che intanto neppure quello è esaurito. Purtroppo, però, non si sono esaurite nemmeno le nostre cassandre.
Ricordate? Quelli che ora lanciano quotidiane grida d'allarme per il surriscaldamento del pianeta, sono gli stessi che nel 1973 sottoscrivevano preoccupati documenti per denunciare il rischio di una «nuova era glaciale». D'altra parte, quelli che ogni giorno ci annunciano quel che accadrà all’universo nei secoli futuri, sono gli stessi che sbagliano le previsioni meteo della prossima settimana. San Bernacca, patrono delle isobare, mi perdonerà l’ingenua domanda: come fanno i guru del microclima cangiante a dirci con certezza la temperatura sulle Alpi a fine secolo, quando non azzeccano quella di dopodomani?
Eppure li sentite, no? Parlano tutti fieri, prima e dopo i mega concerti. Sanno addirittura che fra 4 o 5 miliardi di anni il sole sparirà. E nessuno pone dubbi: tanto chi può verificare? Ma ora che sappiamo che il sole non ci sarà più fra 4 o 5 miliardi di anni, scusate, è possibile sapere se per caso ci sarà domani mattina ad Albissola o a Gabicce Mare? Lo chiediamo umilmente. Ma in mezzo all'inondazione di musica, il pensiero non può fare a meno di correre veloce come un accordo dei Red Hot Chili Peppers alle note steccate dell'allarme siccità.
Ricordate? Sono passate appena poche settimane. Il Po sotto il livello di guardia, i laghi in secca, i ghiacciai sciolti, la task force di tecnici il piano d'emergenza e il Paese assetato. Si diceva e si scriveva di tutto: esperti che consigliavano dalle colonne di autorevoli quotidiani di non lavarsi più di una volta a settimana e di andare in bagno senza tirare lo sciacquone. Vietato cambiare canottiera e mutande, la doccia equiparata a un attentato contro l'umanità. Suggerimenti che vagavano come un lieve tanfo per le strade del continente all'insegna del motto: ascelle pezzate di tutt'Europa unitevi. In quei giorni prosciugati di acqua e di buon senso, si prevedeva che a inizio estate tutto rimanesse a secco, a parte naturalmente l'inondazione di catastrofi: fabbriche chiuse, campi bruciati e fiumi ridotti a sassaie. Sarà un giugno torrido, si diceva. Senza nuvole né un filo di pioggia. Moriremo di sete.
Risultato? Ve l’abbiamo anticipato. È stato il giugno più piovoso degli ultimi 200 anni. E luglio comincia bene: la pioggia è già arrivata e dopo il weekend ne arriverà altra (ammesso che le previsioni non sbaglino ancora). I laghi sono tornati al di sopra dei livelli di guardia e il Po non se la passa male. Meglio così, no? Lavatevi pure le ascelle, cambiatevi la canottiera e risparmiatevi un po' d'angoscia. Ma non ditelo troppo forte: the show must go on, lo spettacolo deve continuare. Musica maestro: sul palco star e vecchie glorie, giovani rampanti e stelle cadenti, tutti uniti dai buoni propositi del bio-rock. Che ci volete fare? Le previsioni dicono che altrimenti spariremo, e alle previsioni bisogna sempre credere. Così salveremo il mondo. O, se non altro, qualche carriera.