Che noia i complotti su Diana

Un’autorevole commissione d’inchiesta nel libero Regno Unito, che resta ancora un modello di democrazia, è giunta alla conclusione che Lady D, morta nove anni fa in un’auto schiantatasi nel tunnel dell’Alma, a Parigi, è stata vittima di un incidente.
Non ci fu nessun complotto, dicono gli esperti che ereditano la flemma e la competenza di Scotland Yard, ci fu soltanto un malaugurato accidente stradale, al quale non contribuirono né i servizi segreti, né ultramonarchici contrari al legame fra la tormentata ex moglie del principe di Galles e Dodi al Fayed. Parole chiare, conclusione netta. Ma credete forse che il verdetto della commissione convincerà i milioni di sudditi inglesi e di sospettosi sparsi in tutti i Paesi del mondo in cui giungono libere informazioni? Mai più. Coloro che vedono in Lady D un simbolo dell’amore stroncato con la violenza e l’inganno dalla ragion di Stato continueranno a credere nel complotto, nell’assassinio occultamente e scientificamente organizzato e generazioni di cronisti dei tabloid popolari continueranno, anno dopo anno, a sfornare verità alternative, memoriali e rivelazioni psuedo-clamorose per dimostrare che in realtà ci furono complotto e delitto. E i lettori continueranno a bere le verità velenose e concederanno alle loro piatte vite il brivido di un crimine affascinante proprio perché ufficialmente non provato.
La notizia è interessante perché consente di valutare un complesso italiano, una masochistica tendenza al vittimismo complottistico che induce tantissimi concittadini a ritenere che il nostro sia il Paese dei misteri, delle ombre e dei depistaggi creati dal potere, di qualsiasi intonazione politica, per frastornare e manipolare il popolo. Oh, quanto ci flagelliamo tutte le volte che i teoremi creati dalla dietrologia e dalle indagini viziate da pregiudizi politici non reggono alla prova processuale. Ci battiamo il petto ritenendo noi stessi le pecore nere di un Occidente democratico in cui nessuna vacca è nera nel buio della notte. Noi ci flagelliamo con un sottile piacere e piangiamo perché l’idea dei complotti con cui abbiamo «aggiustato» le pagine più nere della nostra storia recente si dimostrano sempre più spesso artifici retorici e faziosi, non ricostruzioni attendibili. Ci battiamo il petto perché non abbiamo ancora verità ufficiali su piazza Fontana o perché ancora illazioni e interessate mistificazioni riescono a suscitare dubbi sulla fine di Aldo Moro – assassinato, non dimentichiamolo, dalle Brigate rosse - e ci spingiamo a spargere dubbi tossici su certe pagine della lotta alla mafia, accettando, ad esempio, il dubbio che Totò Riina, grazie alla compiacenza di taluni inquirenti, ebbe la possibilità di far distruggere il suo «archivio». E godiamo un mondo a denigrarci con slancio. Fabio Fazio, sere fa, ha lanciato una perla di inutile e falsa saggezza osservando che l’Italia è il Paese in cui non si riesce ad accertare la verità. Ma è proprio una nostra caratteristica? In tutti i Paesi le verità ufficiali sono derise o negate o ritenute uno sporco strumento del potere. In Inghilterra, a parte Lady D, molti cittadini ritengono che Jack lo squartatore fosse un componente della famiglia reale, un maschio, e non conta niente che, recentemente, un esame del Dna su certi capelli conservati in archivio abbia indicato che l’autore di quei delitti fosse una donna. In Inghilterra tanti credono ancora che Lawrence d’Arabia sia morto non per un incidente in motocicletta, ma per un complotto dei servizi segreti.
Anche in un’altra grande democrazia, negli Stati Uniti, i segreti si sprecano. John Fitzgerald Kennedy fu ucciso nel novembre del 1963, ma le conclusioni della commissione Warren sono considerate carta straccia e periodicamente spuntano nuove versioni sui moventi e gli esecutori dell’attentato di Dallas. Sempre negli Stati Uniti, molti sono convinti che la prima passeggiata sulla Luna nel 1969 sia stata una montatura messa in onda dalla tv del potere e ci sono sedicenti scienziati pronti a dimostrare che nessun astronauta ha mai calpestato il suolo lunare. L’elenco dei misteri e dei miti correnti contrapposti alle verità ufficiali potrebbe spaziare in tantissimi Paesi. La dietrologia, madre di tutti i grandi gialli, è da sempre una componente della natura umana, nessuno ne ha il monopolio. Nei regimi dispotici e autoritari sfocia nelle mormorazioni e nei mugugni, nelle democrazie finisce nei talk-show televisivi. La dietrologia simboleggia anche il disagio dei governati di fronte alla cronaca e alla storia che li possiedono e li condizionano senza dare spiegazioni. Ma smettiamola di flagellarci, non l’abbiamo inventata noi e, se abbiamo l’impressione di vivere in un universo di misteri, lo dobbiamo al fatto di vedere sempre più enigmi di quanti in realtà ve ne siano. Ma non siamo soli, anche se ci secca riconoscere che siamo più o meno eguali a tutti gli uomini.