Che rabbia pagare tante tasse per non avere nulla in cambio

Le pagelle dei cittadini sulle Regioni: in troppe zone la gente non ottiene alcun
servizio. L’ostacolo più grande resta sempre la burocrazia

Chi sa che cosa è, chi conosce il suo funzionamento la apprezza. Purtroppo, in Italia, in molti non sanno neanche di cosa si tratti e, dunque, non possono neanche apprezzarne i benefici. Si tratta della Sussidiarietà. A essa e ai suoi rapporti con la pubblica amministrazione è dedicato il rapporto annuale della Fondazione per la Sussidiarietà che sarà presentato giovedì in Senato. Il presidente della Fondazione, Giorgio Vittadini, da anni si batte perché questo principio diventi un architrave della organizzazione dello Stato. Molto si deve alle sue battaglie e a quelle dei suoi amici se questo principio da qualche anno configura nella nostra costituzione repubblicana.
Ma tutto questo ancora non è bastato tant'è vero che dei cittadini intervistati solo il 18% conosce il principio di Sussidiarietà e tra chi lo conosce il 68,6% ne ha un'immagine positiva, il 22,8% una indifferente e solo l'8,6% una negativa. Certo il nome non aiuta il concetto: Sussidiarietà è un nome che non richiama immediatamente il concetto che vuole esprimere. Per le persone che hanno dai trentacinque anni in su il concetto più vicino a questo è quello del libro delle elementari, il sussidiario. Cosa è la Sussidiarietà? È un principio secondo il quale è meglio affidare il più possibile delle attività alle singole persone, alle famiglie, alle associazioni no-profit, piuttosto che allo Stato. In altri termini è meglio dare più autonomia alla società perché si gestisca da sola piuttosto che creare, come si è fatto in Italia per tanti anni, dei veri e propri mostri burocratici che, alla fine, non funzionano e costano una valanga di quattrini. Un esempio chiaro per tutti è il seguente: non sarebbe meglio dare alla famiglia la possibilità di rivolgersi a dei servizi gestiti sul territorio dal no-profit piuttosto che prelevare moltissimi soldi in tasse e poi non essere neanche capaci di darli indietro alle famiglie sotto forma di servizi? Pensate solo a quante tasse paga una famiglia con figli (praticamente in alcuni casi quanto un single) e pensate alla carenza di servizi offerti per l'assistenza agli anziani, per garantire la possibilità alle mamme di lavorare potendo contare su servizi sull'infanzia magari gestiti non dallo Stato ma dalle associazioni? Nel mercato le aziende private sono da preferirsi alle aziende pubbliche: l'azienda privata è per sua natura più veloce, più dinamica, lavora con capitali di rischio privati, generalmente non ha tutte quelle contorsioni politiche qui deve sottostare un'azienda pubblica. Nel sociale lo stesso ragionamento vale per il no-profit nei confronti dello Stato. Le persone che lavorano nel no-profit sono generalmente più motivate di quelle che lavorano nel pubblico, spesso perché il problema di cui si occupano ha toccato anche loro in maniera diretta, mettiamo ad esempio l'assistenza ai portatori di handicap. In molti casi le famiglie stesse si organizzano in associazioni che gestiscono l'affidamento dei bambini durante le ore di lavoro delle mamme. Costituiscono reti di assistenza, asili nido che vengono organizzati ritagliando i servizi che offrono sulle esigenze esatte delle famiglie stesse. Così avviene per gli anziani e così avviene anche in parte dei servizi che riguardano la salute o l'educazione. In Lombardia, certamente la regione più avanzata nell'applicazione del principio di Sussidiarietà, bastò che si facesse una legge tesa a favorire l'associazionismo familiare perché queste associazioni, poche all'inizio, si moltiplicassero fino a raggiungere alcune migliaia in pochissimo tempo. Cosa vuol dire questo? Che evidentemente la legge, le regole che facevano da tappo all'espansione di questa Sussidiarietà vissuta, una volta diventate incentivo favorirono la crescita di qualcosa che era già presente e inespresso nella società stessa.

La stessa cosa avviene per la Sussidiarietà. Se andiamo a vedere nella ricerca della Fondazione guidata da Giorgio Vittadini ciò che viene richiesto in particolare da operatori interni ai comuni vediamo che si tratta di cose interne al principio di Sussidiarietà stessa come, ad esempio, la cooperazione tra pubblico e privato e tra livelli di governo o la partecipazione attiva di tutti i soggetti coinvolti nelle politiche sociali. Cosa è questo se non Sussidiarietà?

Se andiamo a vedere nella parte dedicata alle interviste condotte nei confronti dei cittadini vediamo che coloro che conoscono il principio di Sussidiarietà ne esaltano alcune caratteristiche: la semplificazione, il passaggio da servizi burocratici a servizi centrati sui bisogni veri dei cittadini, l'amministrazione non chiusa ma aperta verso le esigenze vere degli utenti. Il problema qual è allora? È quello di far sapere ai cittadini che molte delle cose che loro vogliono si chiamano Sussidiarietà. I cittadini vogliono la Sussidiarietà perché hanno bisogno di ciò che si chiama Sussidiarietà ma non lo sanno.
Pensiamo che questo sia uno degli impegni che la Fondazione abbia davanti a sé e siamo anche consapevoli di essere in buone mani.