Che ridere la contabilità del sesso

Scrive Irene Brin: «Ammettiamolo, si abusa ormai del bacio calorosamente distratto, rigorosamente asessuale. Un tempo, ci si baciava in salotto fra amiche; in stazione tra commilitoni; a in chiesa per la Pasqua». Era il 1965, l'anno dei Beatles a Milano e dell'ultimo Galateo di Clara Ràdjany von Skéwitch, la Contessa Clara, cioè appunto Irene Brin. Chi sa con quale divertimento la Contessa leggerebbe ora questo Quaderno nero dell'amore, pubblicato da Marilù S. Manzini per Rizzoli nella collana 24/7 (pagg. 331, euro 15).
Per quanto riguarda i baci, in effetti, il romanzo non le spiacerebbe: i tre protagonisti che, a Milano, annotano con diligenza le loro prestazioni sessuali baciano poco e, quelle volte, càpita che lo facciano controvoglia o mostrando disgusto (per tutti, il bacio «salato, un misto di lacrime e muco, un vero disastro» di pagina 189). Sul resto, la Brin avrebbe magari qualche perplessità. Per esempio sulla storia, che in fatto non c'è. Il Quaderno nero si presenta come il registro delle copule di Riccardo, Maria Vittoria e Paola, che a ogni atto sessuale attribuiscono un punteggio o, visto che si sono appena vinti i mondiali di calcio, una pagella: 10 per le dimensioni, 8 per l'atto in sé, 20 per le posizioni e altro del genere.
Naturalmente, ciascuno dei tre ha una specialità: Paola, per esempio, vuole sfondare nel mondo dello spettacolo (lo dice proprio così), fa la giornalista sportiva e s'accoppia con chiunque le dia l'impressione di potercela far entrare - spesso anche con calciatori, magari riserve, però in serie A, come quelli della canzone di Giorgio Gaber. E Riccardo, che è il maschio del trittico (l'altra è Maria Vittoria, detta Mavì), ha come esito della sua attività erotica quello di portare in tribunale i libri del locale che gestisce, beninteso coi soldi del padre. La città in cui si svolgono i fatti, cioè i rapporti sessuali, è quella di Manzini, cioè Milano; il ceto sociale è quello dei più o meno figli di papà o mammà, noiosamente dediti a sostanze psicotrope di vario genere, poco interessati al vino, molto ai superalcolici.
Siccome l'autrice si chiama Marilù, che è un bellissimo nome da canzone di Vittorio De Sica, non manca l'elemento mélo, che occupa un buon centinaio delle 300 e più pagine. Paola, durante il provino per un film porno procuratole dalla madre (provino per un film porno? Sì, questo si legge), viene scoperta con macchie sulle gambe che sono segno incontrovertibile di malattia, cioè di tumore. Mélo, quindi, e senso di colpa e del peccato che in tanto emerge da queste pagine in quanto i protagonisti sembrano ignorarlo.
Questo quaderno ha il colore nero della colpa grave, quella compiuta con piena consapevolezza e deliberato consenso del peccatore. Come ogni buon mélo, questo libro ha anche momenti di schietta comicità: per esempio l'ode al vibratore, intonata da Maria Vittoria a pagina 138. Il primo romanzo di Manzini, Io non chiedo permesso (Salani, 2004) aveva trovato un ottimo riscontro presso il variopinto popolo di Internet, che gli editori hanno da tempo cominciato a considerare. Chi sa se questo secondo, che è una replica un po' più articolata del primo, riscuoterà altrettanto successo.
Nel mentre, è certo che Manzini può ben vantarsi di aver fondato un genere finora ignoto: il pornocomico. Esso è ben altro dalla commedia italiana di serie B degli anni Settanta, ha i suoi referenti alti e antichi in Bret Easton Ellis e David Leavitt e aspira a fare dell'autrice, in oggi fashion designer, pittrice e produttrice, una Donna Letizia osé del XXI secolo.