Che vergogna essere normali

Prova a dire adesso, in Italia, che hai una famiglia normale - metti una moglie e due figli -, che hai un lavoro normale, una dichiarazione dei redditi normale, persino qualche sogno normale. Prova, se riesci. Prova a sentirti considerato, rispettato, ascoltato, se sei normale. Prova a esistere, in questa Italia disinibita e frikkettona, se sei semplicemente normale. Prova a non sentirti in colpa, se sei normale...
Si sta facendo veramente dura, per il Paese dei normali. Persino l’idea più normale, questa stramberia qualunquista secondo la quale per procreare, fare figli, insomma mandare avanti il mondo, serva la congiunzione tra il genere maschile e il genere femminile, ecco, persino questa certezza elementare non ha più molto senso. L’altra sera, da Ferrara, il guru del mondo gay Grillini ha spiegato che non c’è alcuna differenza tra due genitori normali, meglio detti eterosessuali, e due genitori omosessuali. È uguale. E poi sia chiara una volta per tutte: basta con questo odioso vocabolo, «normale». Che cosa vuol dire, «normale»?
Non andrebbe neppure spiegato: si utilizza questa parola per convenzione. Per capirsi prima. Mai avere il terrore delle parole: dipende solo dal senso che contengono. Da come vengono usate. Purtroppo, questa particolare parola che indica il modello classico dell’esistenza - quello della maggioranza, quello più antico - ormai viene usato soltanto in un caso: quando è un tabù da abbattere. Tutti addosso a questa maledetta normalità: è ora di cambiare, finiamola con la tradizione clerical-bacchettona.
E i normali? Di fronte a questo nuovo conformismo, i normali subiscono. Devono solo stare zitti. Finalmente, si celebra una grandiosa vittoria sociale: l’eliminazione dei moralisti. Per anni abbiamo bollato qualunque richiamo e qualunque riferimento alla normalità come bieco moralismo. Parroci, opinionisti, professori di scuola: tutti a casa, con l’infamante marchio di moralisti. Assieme, è sparita la morale: abbiamo buttato il bambino giù dallo scarico, assieme all’acqua sporca.
Il risultato è questo: il trionfo degli immoralisti. Spadroneggiano, dettano la linea, fanno egemonia. E provocano. Le manifestazioni pro-Dico e dell’orgoglio gay, presentate sempre come irrinunciabili occasioni di crescita civile, sbracano immancabilmente in un’avvilente scenografia da carnevale di Rio. È fatica spiegare ai bambini come essere gay non sia una tragedia, né tanto meno una colpa, se in televisione sfilano ogni volta degli invasati seminudi, coperti solo con qualche striscia di pelle borchiata, che si strusciano e si baciano davanti alle telecamere, qualche volta brandendo il frustino. Ultimamente, per sovrapprezzo politico, ci hanno aggiunto le oscene caricature del Papa, che gridano vendetta davanti alla dignità, prima ancora che davanti al cielo (si divertono molto a dissacrare per le strade di Roma: provassero una volta a dissacrare per le strade di Teheran). Detto molto normalmente: ma queste sfilate sono espressione di gay-pride, di orgoglio gay, o di esibizionismo cialtrone? Inutile però porre la domanda in questi termini di pura estetica: l’hanno già spiegato mille volte, è bieco moralismo.
Poi c’è il fotografo Corona. Nelle case degli italiani normali fa effetto apprendere che questo tizio, a 32 anni, vanta già fatturati galattici. Le case normali sono popolate di 32enni che dopo una dura laurea faticano a toccare i millecinquecento euro mensili, magari con incarichi di responsabilità dentro prestigiose multinazionali. Ma nessuno li va a sentire, nessuno li sta ad ascoltare. È passato il messaggio: sono poveracci. Ha vinto il modello Corona’s, trionfano gli avventurieri e gli spregiudicati, è l’apologia dei senza Dio e dei senza scrupoli, bella vita e soldi facili.
Provi, provi un bravo ragazzo qualsiasi, un ragazzo normale di famiglia normale, a dire che la cocaina è tossica, diabolica, infame. Provi a sostenere che riprendere sesso orale tra compagni e diffonderlo via telefonino, oltre che una colossale bischerata, è una terrificante umiliazione per tutti, per chi lo fa e per chi lo guarda. Se prova a dirlo, è bacchettone, perbenista, fuori dal tempo, pure lui bieco moralista.
Naturalmente ci siamo costruiti i nuovi stili di vita in nome della libertà. Delle idee, dei costumi. Ma la libertà è una cosa troppo sacra, perché diventi questo svaccato e lascivo circo equestre. La libertà andrebbe studiata, conosciuta, imparata, perché è un attrezzo molto sofisticato. Può arrecare i vantaggi più sublimi, ma anche i danni più devastanti. Dipende da chi la usa. Si può dire che in un luogo normale, in un tempo normale, un ragazzo di 32 anni non può diventare ricco sfondato ciurlando nel manico col suo letale teleobiettivo?
Prova a dirlo. Sanno già come rispondere: non cadiamo nel moralismo. In questa grande epopea degli immoralisti - che guarda caso fa pure rima con certi giovani immobiliaristi - non è contemplato un pudore normale, un ragionamento normale, un modello normale. Purtroppo hanno vinto loro. Agli sconfitti non resta molto. Possono cullare soltanto il patetico rimpianto di immagini antiche: un parroco, un opinionista, un professore di scuola che faccia impunemente del sano moralismo.