Chemio senza dolore per combattere i tumori

I medici: «Grazie a questa scoperta ora possiamo ridurre le dosi dei farmaci e quindi gli effetti collaterali»

È l’ultima sfida della medicina: combattere il tumore riducendo al minimo gli effetti collaterali della chemioterapia. È una lotta contro la malattia e contro il dolore. Un gruppo di ricercatori dell’Università del Texas è riuscito a dimostrare che, utilizzando una tecnica definita Rna interference, è possibile rendere le cellule cancerogene migliaia di volte più sensibili ai medicinali utilizzati per la chemioterapia. Il nuovo approccio, definito dagli stessi scienziati una possibile rivoluzione nella terapia dei tumori, permette di utilizzare dosi talmente basse di farmaci da cancellare quasi completamente le conseguenze più dolorose del trattamento.
La ricerca, pubblicata sulla rivista Nature, si basa su una tecnica, l'Rna interference appunto, in grado di inibire o spegnere del tutto alcuni geni coinvolti nel processo di sviluppo del cancro. L’équipe ha studiato più di 21mila geni, 87 dei quali hanno dimostrato una particolare attitudine nell'influenzare l'interazione fra le cellule malate e i farmaci usati nella chemioterapia. Il Taxol, prima di tutto, sugli effetti del quale interferirebbero sei geni individuati dagli scienziati. In uno degli esperimenti più recenti è stato scoperto che, nel caso del cancro ai polmoni, la nuova tecnica rende le cellule diecimila volte più sensibili al Taxol, conosciuto anche come Paclitaxel e utilizzato nel trattamento del cancro alle ovaie e al seno. In questo modo, spiegano gli scienziati, è possibile ridimensionare di molto le dosi del farmaco e, di conseguenza, gli effetti collaterali come senso di stanchezza, nausea, abbassamento delle difese immunitarie, maggiore esposizione alle infezioni.
«La chemioterapia è una tecnica invasiva - spiega Michael White, professore di Biologia cellulare all’Università del Texas -, rende le persone deboli e i suoi effetti sono spesso inferiori alle aspettative. Aver individuato geni inibendo i quali è possibile rendere le medicine più potenti, riducendo allo stesso tempo le dosi, rappresenta il primo passo verso il superamento degli effetti collaterali delle terapie». Lo studio si è basato, in un primo momento, sull'osservazione di cellule cancerogene coltivate in provetta. Il secondo passo è stato la sperimentazione sugli animali che, assicurano gli scienziati, «non è particolarmente difficile e sta dimostrando di funzionare».
Ci vorranno almeno dai tre ai cinque anni per passare ai test sull’uomo. «Per il momento - continua White - la tecnica non è utilizzabile sui pazienti malati di cancro. Siamo solo all'inizio, ma questo tipo di approccio sembra essere veloce ed efficace».
La ricerca è nata con l'obiettivo di capire perché alcune persone non reagiscono alla chemioterapia e perché, in alcuni casi, gli effetti collaterali sono peggiori. Gli scienziati hanno così esaminato 85mila diverse molecole di Rna - sostanza simile al Dna -, eseguendo una mappatura del genoma per individuare le parti da inibire. In questo modo si sono resi conto che alcuni geni interferiscono nella risposta delle cellule ai farmaci antitumorali. Non solo il Taxol, ma anche il Gemcitabine e il Vinorelbine. Per il momento i risultati più incoraggianti riguardano però solo il primo, come ammette lo stesso White: «I nostri studi con altri farmaci dimostrano che i geni che abbiamo individuato interagiscono in modo particolare solo con il Taxol».