"Chi è colpito da questo disturbo è più intelligente"

Donatella Tomaiuoli, direttore del Crc (Centro di ricerca e cura della balbuzie): "Una patologia di cui soffre l'1,7 per cento degli italiani. I "malati" più celebri: Mosè, Aristotele e Churchill"

Come Mosè, come Aristotele, come Churchill, come Bruce Willis: è frequente che le persone balbuzienti sviluppino spiccate abilità e abbiano successo. Lo sottolinea Donatella Tomaiuoli, direttore del Crc, Centro di ricerca e cura della balbuzie, dei disturbi del linguaggio e dell'apprendimento. «Chi ha questo disturbo - spiega - è spesso molto intelligente e possiede doti inespresse».

Dottoressa, di cosa si occupa il vostro centro romano?
«Seguiamo ogni anno centinaia di pazienti che provengono da tutto il Paese con programmi all'avanguardia a livello mondiale, che affiancano alla terapia logopedica tradizionale altre terapie innovative».

Quali?
«La balbuzie in Italia colpisce l'1,7 per cento della popolazione. I sintomi sono diversi, alla tipica difficoltà nel parlare si aggiunge quella che noi chiamiamo sindrome in senso più ampio. Si intende l'atteggiamento che il paziente ha verso la propria balbuzie e verso la vita, cioè quanto si fa condizionare da questo disturbo nelle scelte scolastiche e lavorative, magari a scapito della propria intelligenza e delle proprie capacità».

Come affrontate questa sindrome?
«Alla riabilitazione collaborano il logopedista, che si occupa della facilitazione verbale, e lo psicologo, che cura la sindrome. Al Crc abbiamo un corso di teatro, tenuto da un regista, in cui i pazienti imparano a calarsi in personaggi diversi e a esprimersi pienamente. Chi balbetta infatti tende a essere timido, ad avere un comportamento «piatto». L'altro corso molto utile è quello di doppiaggio di film, che oltre a migliorare la tecnica del linguaggio conferisce sicurezza in sé: più aumenta l'autostima, meno si balbetta».

La parte psicologica quindi è fondamentale.
«Per i nostri pazienti è molto importante conoscersi, sperimentare, esporsi attraverso un percorso stimolante. Ai ragazzi che vanno a scuola, e che hanno difficoltà nelle interrogazioni, dedichiamo ad esempio un training con le simulazioni».

Curate anche i bambini più piccoli?
«Sì. Per i bambini si tende ad aspettare i 6-7 anni per intervenire, invece già dai 3 anni è possibile fare una diagnosi e lavorare, se non sul sintomo, sulla prevenzione della sindrome. Insegnando tra le altre cose ai bambini a reagire in modo ironico alle eventuali prese in giro dei compagni».