"Chi ha a cuore l'istruzione oggi non contesta"

Alberto Mingardi, 29enne direttore dell’Istituto Bruno Leoni: "Chiedono soldi, ma è come mettere benzina in un motore rotto". Poi lancia un appello: "La maggioranza che studia deve alzare la voce"

Roma - Dalla California, in viaggio per San Francisco nel giorno dei saldi (Black Friday), i tumulti studenteschi italiani sembrano ancora più anacronistici di quanto già siano. «È un rito generazionale, ma almeno i loro padri avevano un’idea, questi invece lo fanno automaticamente ad ogni riforma universitaria, sapendo poco o nulla di quel che contestano». Alberto Mingardi, 29 anni, studioso del pensiero liberale e direttore dell’Istituto Bruno Leoni, nonostante giri il mondo per convegni ha un’esperienza recente dell’università italiana, avendo conseguito un dottorato a Pavia.

Un mondo refrattario ad ogni cambiamento?
«Gli studenti italiani chiedono sempre due cose. La prima è conservare lo status quo, la seconda cosa sono più soldi. Tra l’altro, chiedere più spesa pubblica nella settimana in cui è scoppiata la crisi del debito irlandese pare davvero, come dire?, esotico».

Ma poi più soldi pubblici sarebbero la cura giusta per l’università italiana?
«Le risorse saranno anche poche, ma mettiamola così: se abbiamo un’auto col motore rotto non serve mettere più benzina per farla ripartire».

Serve una cura da cavallo.
«La riforma Gelmini insegna che se anche si procede con timidezza, per evitare di pagare tutto il costo politico di una riforma reale (che significa: portare la concorrenza nell'università), si suscitano sempre le stesse reazioni».

Un appuntamento fisso.
«L’assurdo è che pur lamentandosi dell’università, manifestano perché i loro fratelli minori e i loro figli ricevano esattamente lo stesso trattamento».

Ma i manifestanti sono una minoranza degli studenti.
«Ecco, quelli che hanno più interesse nel destino dell’istruzione, in questo momento, sono probabilmente gli universitari che non stanno protestando. Quelli che vanno avanti a studiare, nonostante tutto».

La protesta potrebbe rivelarsi un boomerang.
«Si rinfocolano i sentimenti della cosiddetta maggioranza silenziosa. Potrebbe persino guadagnarci Berlusconi. La gente guarda la televisione e non capisce. Se dello status quo ci lamentiamo tutti, perché difenderlo con le unghie e con i denti?».

I ricercatori si lamentano.
«Che in Italia si faccia poca ricerca è un fatto evidente, ma come si può pensare che in tutti nostri atenei, che sono stati moltiplicati, in un numero spropositato per moltiplicare i posti di lavoro e soddisfare il desiderio delle mamme di non far uscire di casa i propri figli, possano sviluppare ricerca? Ci saranno alcuni grandi cerchi di ricerca, e altri che fanno buona attività didattica. Non è una vergogna».

Anche la ricerca è usata come moltiplicatore di stipendi assistenziale?
«Se uno guarda l’America vede che ci sono grandi poli università che fanno ricerca ad altissimo livello, e poi tanti college che sono posti dove si impara senza avere proiezione di una carriera in loco come grande ricercatore».

Ma non sarebbe un sistema a due velocità, università dei ricchi e università dei poveri?
«Ma le università dei ricchi ci sono lo stesso, e sono le università all’estero, negli Usa. Chi può permetterselo in Italia manda i figli lì. Dove le università sono care, e nessuno occupa. Se uno avesse la sensazione di stare facendo un danno economico a se stesso, non occuperebbe...».

Ma le università devono essere per tutti: la mamme vogliono il figlio dottore...
«Steve Jobs ha fatto solo sei mesi di università, Bill Gates l’ha abbandonata, Mark Zuckerberg anche. Il mito di avere il figlio dottore aveva senso per l’Italia della ricostruzione, oggi è ridicolo e culturalmente disastroso».

Dottori che non sanno niente e di cui il mercato del lavoro non sa che farsene.
«In tutto il mondo gli studenti universitari sono invitati a fare altro nel frattempo, mentre da noi stanno sotto la campana di vetro salvo poi, dopo la festa di laurea, trovarsi del tutto spaesati. Bisogna riconoscere dignità a tutti i mestieri, non è una tragedia se uno lascia Scienze politiche per far nascere un'impresa. Smettiamo di costringere chi vuole fare il pasticciere o il cuoco a laurearsi in Economia. Le mamme se ne facciano una ragione».