Chi paga lo scalone?

La riforma delle pensioni sembra essere il nuovo fastidioso rumore di fondo del governo. Anche in questo caso, come per il passaggio dalla teoria del Dpef alla pratica della Finanziaria, le fasi uno e due (per dirla alla Fassino) si rivelano i due atti della stessa farsa: con i cosiddetti riformisti che partono con grandi proclami ed ottime intenzioni per poi vaporizzarsi contro i «niet» della sinistra radicale. Fa un po' pena andare a rileggersi le corpose interviste settembrine dove i quotidiani titolavano perentori: «Rutelli: la riforma delle pensioni si deve fare adesso», per arrivare, dopo il primo tiro di guinzaglio di Rifondazione, ad un mite: «Rutelli: riforma pensioni, il più è fatto. Adesso dobbiamo pensare ai giovani». Ci sarebbe da gridare al miracolo: tutto fatto in tre mesi, senza nemmeno discuterne e senza nessuna legge né provvedimento! Ci si chiede a questo punto quale sia la funzione di questi signori... Purtroppo la realtà è ben diversa, e l'unico nella maggioranza ad aver dimostrato un minimo di spina dorsale pare sia stato Dini, che almeno di pensioni se ne intende e sa di cosa si sta parlando; infatti l'ex premier in un'intervista di ieri al quotidiano economico MF pone una domanda semplice: «Per quale motivo in Germania dai 65 anni si spostano sui 67 anni e noi dovremmo ritornare ai 57?». Le nostre finanze sono così floride da giustificare dieci anni di regalo nei confronti dei lavoratori tedeschi? E se questo fosse il caso, chi paga?
È il caso di inquadrare brevemente la questione perché se ne parlerà abbondantemente. La premessa è che il sistema pensionistico è squilibrato: prima dei vincoli di bilancio imposti dall'Europa si tendeva a dare pensioni ricche a tutti e in fretta, parametrandole agli ultimi stipendi ricevuti e senza alcuna relazione con l'ammontare di contributi versati. La parola d'ordine era: accaparriamoci un diritto e poi qualcuno pagherà.
Si è trattato di uno dei più grandi scippi generazionali mai perpetrati da una generazione a danno di quelle future, malsanamente ripagato con il fenomeno tutto italiano della permanenza ad oltranza di giovani indolenti a carico dei genitori. Dopo l'esplosione insostenibile del debito pubblico si è cercato di porre rimedio ad una situazione al limite del fuori controllo che, per garantire i diritti acquisiti (ma spesso non meritati) rischiava di portare il sistema al collasso. Le riforme Dini e Maroni portarono un minimo di buonsenso in due direzioni: proporzionalità delle erogazioni pensionistiche ai contributi versati e allungamento dell'età utile lavorativa. Il famigerato «scalone» Maroni non è altro che un'applicazione di tale buonsenso, quando con legge del 2004 si stabilì che a partire dal 2008 l'età minima per accedere alla pensione di anzianità sarebbe salita da 57 a 60 anni.
Quattro anni di preavviso sono un tempo sicuramente sufficiente per prepararsi ad un provvedimento necessario ed imposto dalla situazione squilibrata del monte versamenti/pagamenti, conseguenza anche di un innegabile aumento della vita media. Se si vuole abolire lo «scalone» bisogna prelevare i risparmi che esso consente (e già contabilizzati nel bilancio previsionale dello Stato) da qualche altra voce e questo significa, nella logica della sinistra radicale, prelevarli con più tasse. La discrezionalità di un governo nell'allocare risorse è la sua impronta digitale: se le attività produttive verranno ulteriormente penalizzate allo scopo di destinare risorse per far andare la gente in pensione prima del previsto avremmo il quadro completo: più tasse per pagare indiscriminatamente tutte le categorie in qualche modo direttamente retribuite dallo Stato, comprese quelle passive.
Sembra di essere tornati indietro di generazioni, ma ormai il mondo va in un'altra direzione e se si continua a succhiare il sangue al cavallo, si arriva al punto in cui il cavallo muore e non ci sarà più niente per nessuno. Temiamo però che al governo pensino: e chi se ne frega... la poltrona va mantenuta adesso, mentre quando i giovani di oggi troveranno la loro pensione definitivamente incenerita, magari al governo ci sarà, appena arrivato, uno di centrodestra. Lasciamo che se la veda lui.