«Chi produce in Italia guadagna di più»

Dalla A di Armani alla Z di Zegna: non c’è grande firma a cui il lanificio Reda non fornisca i tessuti per le collezioni uomo. «Siamo la quarta generazione al timone dell’azienda - racconta l’ad Ercole Botto Poala - fondata dalla famiglia Reda nel 1865 e ceduta ai Botto Poala nel 1919. Raccogliamo quindi i frutti di una storia importante, tutta nel segno della moda maschile, italiana e non solo. Infatti esportiamo il 65% del nostro fatturato, e l’Italia è il secondo mercato: il primo è la Germania e il terzo è la Cina».
Non è cosa da poco, visto che di solito sono i cinesi che vendono al resto del mondo.
«É vero: ma per noi la Cina è sempre stata più un’opportunità che un problema. E il nostro ufficio di Shangai, grazie a un team tutto femminile e determinatissimo, funziona bene. Piuttosto, è il mercato italiano che sta vivendo un momento non facile: resiste solo chi ha qualcosa da dire, un prodotto originale in termini di creatività e di competitività».
E voi che cosa avete da dire?
«Il nostro segreto è molto semplice: facciamo tutto in Italia, con persone che hanno una forte cultura aziendale, in pratica vivono l’azienda come se fosse loro. Anche le materie prime sono di nostra produzione: abbiamo tre fattorie in Nuova Zelanda, da dove ci arriva la migliore lana del mondo, che poi trasformiamo e vendiamo qui, nel Biellese, il distretto storico dei tessuti per abiti maschili».
Ma produrre in Italia, si sa, ha un costo elevato: tanto che molte aziende del settore soffrono, o delocalizzano almeno una parte della produzione. Voi, invece, avete fatto una scelta diversa.
«Guardi, le risponderò con i nostri numeri di bilancio: 50 milioni il fatturato 2009 (e per il 2010 contiamo di arrivare a 54), 3,7 milioni di utile netto e un Ebitda del 20 per cento. E non siamo gli unici: i conti economici delle aziende che producono in Italia vanno meglio, altrimenti vuol dire che ci sono aziende povere e famiglie ricche».
Che cosa intende?
«Che bisogna avere il coraggio di investire, in tecnologia e in organizzazione, perché questo abbatte i costi di trasformazione. Cioè, l’unica voce su cui si può realmente intervenire, perchè la materia prima, più o meno, la paghiamo tutti uguale e la manodopera pure. Invece, migliorando i nostri processi produttivi, oggi siamo riusciti a tagliare del 10% i nostri costi rispetto al 1996. Anche quelli energetici, a vantaggio nostro e dell’ambiente, tant’è vero che siamo gli unici ad avere la certificazione Emas».
E dell’etichettatura made in Italy, che cosa ne pensa?
«Bisogna distinguere: un conto è la tracciabilità, che è un diritto del consumatore, un altro è la definizione del made in Italy, che è un vero e proprio network, dove tutto è collegato dall’idea alla realizzazione. Ecco perché è importante che tutto resti in Italia: perché se uno stilista ha un progetto particolare, deve trovare subito chi lo mette in pratica,dalla macchina al filato. Altrimenti, l’unicità del made in Italy va perduta».