«Chi ricerca deve sempre dimostrare»

Occupandomi di storia per mestiere, mi capita da qualche tempo di incorrere - direttamente o indirettamente- in curiose esperienze; ciò accade soprattutto in prossimità di anniversari celebrativi, che, com'é noto, servono sempre ad alimentare -si tratti del centenario della fondazione della Cgil o della morte di Cristoforo Colombo- una improvvisa, ma non strana fioritura di manifestazioni mediatiche di ogni tipo, dai cosiddetti «eventi» alle trasmissioni televisive, all'uscita di libri politically correct o no che siano, agli articoli di giornali e riviste, ai pareri di opinionisti (o semplici cittadini) di maggiore o minor vaglia. Naturalmente (e come pensare diversamente ?) é ovvio che in questo bailamme possa entrarci di tutto,sicché non è raro che il politically correct si trasformi addirittura nel suo contrario. Non solo infatti esso si spalma equamente e rigorosamente sulle contrapposizioni ideologiche che alimentano da sempre - più o meno volutamente - il polverone che ovviamente ne consegue, ma finisce pure con il favorirne una frenetica crescita esponenziale, nutrita dall'amabile, conclamata (ma per lo più improbabile) competenza scientifica dei molti, che hanno deciso comunque di occuparsi di temi che li appassionano; dei quali perciò si ritengono, in cambio di qualche lettura o indagine specifica, ipso facto esperti e dei quali immaginano che si possa finalmente «scoprire» una qualche, fino ad ora incompresa,verità.
Come quotidianamente si può vedere, il fenomeno non riguarda solo il nostro Paese, ma ,in omaggio ai tempi che corrono, è davvero «globale». Lo dimostra la serie degli eventi e interventi, così ben distribuita anche a livello satellitare, se non bastasse la normalità. Purtroppo, grazie all'impegno di tutti coloro che pensano di «sapere» in virtù della passione che li anima o di qualche lettura o di qualche ricerca o di qualche idea o ideologia preconcetta (in questo caso non c'è distinzione tra accademia e non accademia), oggi anche i dati di qualche attendibilità, raccolti e dimostrati a prezzo di indagini secolari compiute da gente che invece se ne intendeva, per lo più decontestualizzati o male intesi, finiscono smarriti nel mare magnum delle più cervellotiche interpretazioni.
Lasciamo da parte il Graal e i Templari, che pure potrebbero essere oggetto di qualche interesse, per la serie di improprietà, per non dire di fesserie, che circolano in proposito e fermiamoci - dopotutto, come genovesi lo ius loci ce ne dà diritto - sul «caso Colombo», che, da questo punto di vista, è ormai un classico, dato che, in ogni tempo e in ogni luogo, é stato tirato in ballo poco a proposito e spesso a sproposito. Letterati e politici, laici e religiosi - più raramente per la verità storici e geografi- ne fanno da secoli un uso improprio, trinciando giudizi su argomenti che sovente conoscono poco o male o sfornando ipotesi quasi mai verificate su dati inconfutabili. Come in tutti i campi della ricerca scientifica, il vero problema per il ricercatore sta, infatti, nella sua capacità di «dimostrare» ciò che intende sostenere. Il che naturalmente prevede un'ovvia e precedente verifica dell'attendibilità e autenticità dei dati presi in esame. Per imparare come si procede in quest'ambito, come capita in tutti i settori scientifici, occorrono anni di formazione e apprendistato; appunto quelli che mettono il ricercatore in grado di usare correttamente gli strumenti e i metodi della ricerca storica. Starà a lui e alla comunità scientifica -accademica o no che sia- vagliare se questo bagaglio, che si spera congruo alle finalità, sia stato utilizzato con correttezza e con competenza.
La questione dunque non è così facile come sembra. In campo storico,come in ogni altro settore, più ampio è lo spettro di conoscenze metodologiche e strumentali, maggiori sono gli spazi operativi, che si offrono al ricercatore. Ciò spiega come storici del mondo classico o medievale - lo si vede con frequenza- possano occuparsi con facilità anche del mondo moderno e contemporaneo. Colombo è un personaggio che, per varie ragioni, interessa più settori di studio: ma la questione primaria che si impone è che non ci siano trasferimenti incongrui di competenze, come ogni tanto capita di vedere anche in ambito accademico, lasciando da parte ogni più o meno appassionata e fantasiosa lettura.
Ci si domanderà a questo punto se bisogna fare qualcosa per limitare la confusione e raddrizzare le idee. Onestamente,io credo di no. Di questi tempi, e proprio per l'ormai manifesta «confusione delle lingue», credo che non ci siano soluzioni praticabili, dato che viviamo in un mondo, dove è la stessa proliferazione mediatica a consentire l'accesso a chiunque e a dare spazio a tutte le proposte e a tutti i pareri. Certo, se siamo chiamati ogni volta a decidere che cosa salvare o che cosa buttare , scegliendo fior da fiore in questo ormai incontrollabile vociare, ci si offrono comunque due, peraltro classiche, strade: lasciare la parola a chi é davvero in grado di usare correttamente gli strumenti e i metodi appropriati (comprese le enormi bibliografie internazionali che esistono, per esempio, in ambito colombiano ), ascoltandone comunque il parere, senza cadere nella tentazione di giocarci a rimpiattino, come accade abitualmente nei media. Oppure scegliere il silenzio. Come diceva, ormai molti anni fa, un famoso professore universitario di Storia del diritto nel momento in cui rifiutava di stendere una recensione (al tempo in cui recensioni e prefazioni a libri o saggi contavano ancora qualcosa), «Il mio silenzio è una condanna».
Ordinario di Storia medievale nell'Università di Genova

Membro del Comitato Nazionale per le Celebrazioni di Cristoforo Colombo

Presidente del «Centro Studi Paolo Emilio Taviani».