Chiamatemi terrone: non m’offendo

L’ha chiamata terrona per anni. Alla fine Lidia non ne ha potuto più, s’è licenziata e ha denunciato l’imprenditrice comasca che l'apostrofava di continuo con quell'epiteto. Epiteto che manda in bestia buona parte (la maggior parte?) dei miei conterranei (o dovrei dire «conterroni»?). Il giudice ha dato ragione alla meridionale e ha condannato la settentrionale, con buona pace di Garibaldi, Cavour e Vittorio Emanuele che avendo fatto l'Italia credevano di aver fatto anche gli italiani (è 'na parola...!).
A me terrone non l'ha mai detto nessuno, nonostante giri in lungo e in largo (nebbia permettendo) la Padania. Ma se me lo dicessero non mi risentirei, la prenderei come la buon'anima di Luigi Compagnone (napoletano) che scrisse: «Io se mi chiamano terrone non mi offendo. E rispondo senz'ombra d'ironia: Grazie del complimento, non meritavo tanto».
Nella lingua italiana, il termine terrone è un'espressione utilizzata in senso dispregiativo per designare un abitante dell'Italia meridionale. Ed è proprio qui la questione. Offendersi perché uno ti dà del meridionale, è come ammettere una colpa, un crimine, un peccato. Ma chi conosce la storia sa che il Mezzogiorno d'Italia può dare lezioni di civiltà a molte parti del mondo. Quando nel resto d'Europa le nazioni erano all'età della pietra, o giù di lì, nella Magna Grecia si dibattevano grandi temi morali e filosofici (vedi scuola eleatica), fiorivano l'arte e la scienza (geometria, astronomia, medicina). I templi di Paestum (tanto per dirne una) furono eretti nel mentre altri popoli a stento articolavano la parola.
Se terrone è colui che è attaccato alla terra (come anche recita il vocabolario) quale titolo di merito per colui che porta avanti la tradizione e lavora il suolo perché produca fiori e frutta? Ma ecco che i meridionali montano in bestia come gli avessi detto barbaro, selvaggio, troglodita: «Gigi D'Alessio è un terrone e non deve cantare al centenario dell'Atalanta», e Gigi D'Alessio risponde annullando il concerto; «Gennaro Gattuso è un terrone» e Gennaro Gattuso risponde per le rime (operando a sua volta una discriminazione): «Il vero terrone ha una classe che il non terrone se la sogna»; «Di Pietro, sei un terrone!», e Di Pietro querela Bossi che gli sborsa 60 milioni di lire.
Una decina d'anni fa il pretore di Trento sentenziò che non è ingiuria dare del terrone a un meridionale, «perché in se stessa l'espressione non è lesiva del decoro e dell'onore». Non la pensa così - come abbiamo visto - il giudice che ha condannato l'imprenditrice di Como, né quello che ha inflitto una multa di 1000 euro ad uno studente di Savona che più volte ha apostrofato col termine di terrone un compagno, né altri giudici di pace che hanno ritenuto offensiva la parola.
La gente dovrebbe ficcarsi bene in testa che essere deformi (metti Leopardi), storpi (metti Byron), neri (metti Luther King), omosessuali (metti Wilde, Saffo, Ciaikovskij), contadini, pecorai, imbianchini, ciabattini, robivecchi, facchini, schiattamuórti (becchini), o ritardati mentali, non è né una colpa né un disonore.
Caro paesano, quando qualcuno ti chiama terrone, ricordati di queste parole: «Nessuno può offendervi senza il vostro consenso» (moglie di Roosevelt) e digli: «Grazie, non meritavo tanto».
Marcello D’Orta