«Chiesa antidemocratica?» Scontro gesuiti-Micromega

Mario Sechi

da Roma

L’anticlericalismo di ritorno miete un’altra vittima illustre: Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Corte costituzionale, fratello del Wladimiro «principe» dei giuristi.
«La Chiesa cattolica è compatibile con la democrazia?» si chiede il pensoso Zagrebelsky sulle pagine di Micromega. Il tribunale della rivista girotondina non ha mai assolto nessuno e, indossata la toga del pubblico ministero, Zagrebelsky passo dopo passo procede con il suo j’accuse contro la Chiesa colpevole di «imporre la propria verità come la Verità» e di alzare «il tono per impartire a tutti lezioni che pretendono di tradursi in leggi». Le sette paginette di trattato mangiapreti hanno naturalmente il marchio della ditta illuminista che in questi mesi si è esercitata contro Papa Benedetto XVI, il Cardinale Camillo Ruini e quella Chiesa che avrebbe «tentazioni temporaliste».
Accusare qualcuno di salire in cattedra stando sul piedistallo è paradossale, ma a Zagrebelsky è un’operazione che riesce senza imbarazzo. È lui a impartire la lezione e ammonire la Chiesa «che rischia di mettersi fuori gioco e condannarsi a un ghetto» ed è sempre lui a indicare con il ditino del professore i buoni e cattivi da mettere dietro la lavagna, «la Chiesa diversa da quella curiale». Una separazione che il giurista traduce in estrema conseguenza quando vede «una frattura di incomunicabilità» tra «gerarchia cattolica e popolo cattolico». Potenza dell’intellettuale che possiede il dono della visione dove gli altri sembrano colti da cecità. Però a quanto pare i gesuiti ci vedono benissimo e dopo aver letto Zagrebelsky hanno deciso di rispondere dedicando l’editoriale della loro prestigiosa rivista, La Civiltà Cattolica, proprio alla questione del rapporto tra Stato e Chiesa. Tema e svolgimento della risposta dei gesuiti si dispiegano come truppe napoleoniche: prima si introduce pedagogicamente la critica di Zagrebelsky, poi si risponde corazzati di sociologia e teologia. L’editoriale ricorda al giurista che il calo demografico e l’immigrazione sono un dato di fatto drammatico per la società occidentale (da notare la finezza dialettica con la quale si costruisce la propria tesi citando una fonte musulmana: il professor Bassam Tibi, nato a Damasco in Siria, ma docente di relazioni internazionali alla Cornell University, Stati Uniti). Dalla sociologia si passa alla teologia con la lettera ai cristiani di Efeso dove si dice che «bisogna vivere secondo la verità nella carità» e si deduce che la Verità che non piace a Zagrebelsky per un cristiano «è Lui», «è Cristo» e dunque non è vero come dice il costituzionalista che «nell’ordine della carità la Verità non ha posto». Chi pensa a un dibattito infiorettato di sottigliezze teologiche e filosofiche si rilassi, la politica è un fiume carsico e irrompe nelle conclusioni, dove lestamente al fioretto si sostituisce la sciabola. Zagrebelsky qui viene classificato tra gli alfieri del «relativismo etico» per cui «non esistono verità e valori oggettivi», mentre La Civiltà Cattolica pensa che a forza di chiedere la «legittimazione giuridica (...) dell’eutanasia, del suicidio assistito, delle coppie di fatto mediante i pacs (con l’iniziale minuscola, ndr), delle unioni omosessuali con la facoltà di adottare bambini», si pone perfino «il problema del voto di maggioranza». Ottimo principio quando «si tratta di risolvere problemi che riguardano la vita politica, sociale, giuridica ed economica del Paese», meno efficace quando si passa all’esame «di problemi e pratiche in cui sono implicati principi e valori morali che toccano la coscienza più intima di gran parte della popolazione». È il classico tema del «voto di coscienza», ma Zagrebelsky vede «diktat dogmatici che provengono dall’alto, i quali trasformano il messaggio cristiano in un prontuario di comportamenti politici» e i gesuiti invece trovano «un fatto abbastanza strano», quello di dover subire - tacendo - la dittatura della minoranza. Dove Zagrebelsky scorge «dottrine gelide e astratte», i gesuiti vedono «problemi drammatici ed estremamente concreti». Mondi lontanissimi. Da una parte la Compagnia di Gesù che ricorda la sua missione di ordine regolare di mendicanti, dall’altra Gustavo Zagrebelsky, chiuso nella sua turris eburnea, con l’orologio fermo a prima del 1942, anno in cui la Chiesa, con lo storico radiomessaggio di Pio XII, dichiarava per la prima volta l’alleanza necessaria tra il diritto naturale e la democrazia.