La Chiesa non «hackuserà» la Margherita che studia le stelle

Lo sapevo. Appena è stato annunciato il Festival della scienza mi sono detto: «Adesso sta’ a vedere che parlano male della Chiesa».
E puntuale è planata su Genova la signora Hack, astrofisica ultraottantenne, portabandiera degli «atei razionalisti», nonché dei mangiapetri di ogni ordine e grado, degli anticlericali ottocenteschi, dei tardopositivisti, dei cristianofobici e di quanti, insomma, anelano a veder spazzata via finalmente dall’Italia e dal mondo la «superstizione papista».
La signora Hack si presenta sui manifesti vestita da strega e annuncia un «dibattito» sui rapporti tra scienza e religione.
Ci sono tutti i presupposti per pensare, più che a un dibattito, a un monologo: la Hack si presenta come una che «loro» avrebbero mandato al rogo. «Loro» sono, ovviamente, i cattolici. E già qui ci sarebbe molto da dire su certi atei razionalisti, multietnici e multiculturali, che predicano democrazia e tolleranza nei confronti di chiunque, ma non dei cattolici. Se c’è di mezzo un cattolico, subito il mondo si divide in due. Da una parte la «crema» della società, rappresentata dai neoilluministi, o scientisti, o come volete chiamarli: insomma «la meglio gioventù». Dall’altra parte «loro».
Io comunque, come ho già detto, lo sapevo già. Un po’ perché sono abituato a sfogliare manuali scolastici ancora oggi ottusamente infarciti di antitesi scienza-fede e di pregiudizi anticattolici. E un po’ per via di un poco edificante episodio che vado a raccontare.
Dunque: tempo fa arrivano a scuola due individui, maschio e femmina, rigorosamente vestiti di nero, che si presentano come esperti di stelle, pianeti, ecc. Un’ingenua maestra li accoglie per una serie di lezioni. Nella stessa classe insegno io: e sto spiegando, guarda un po’, la scienza del Seicento e il «caso Galileo».
Naturalmente (ingenuo anch’io) insegno dando per scontato che tutti, almeno i sedicenti docenti, sappiano quello che Vittorio Messori anni fa ha spiegato e documentato in modo esauriente: che Galileo non fu arrestato, ma lussuosamente ospitato con tanto di cameriere personale, che non gli fu torto un solo capello, che la pena (chiamiamola così) consisteva nel recitare certe preghiere una volta la settimana. Che Galileo certo non fu «vittima» di nessuno, ma aveva chiesto alla Chiesa un «imprimatur» di cui avrebbe potuto fare a meno. E che una volta ottenutolo pubblicò il suo libro senza le modifiche che gli erano state chieste, dando così il via a un pasticcio (chiamiamolo pure «spiacevole infortunio») che avrebbe poi alimentato per secoli la fandonia della Chiesa-nemica-della-scienza: in realtà i migliori astronomi dell’epoca erano i Gesuiti, e Copernico, guarda un po’, era un religioso che fece le sue fondamentali osservazioni dal tetto di una cattedrale.
La Chiesa evitò tra l’altro all’illustre pisano una figuraccia, spingendolo a mettere tra parentesi la sua teoria sulle maree che sarebbero state, secondo lui, provocate dallo «scotimento» della Terra che «eppur si muoveva» (frase che Galileo, parola di Messori, non pronunciò mai, e che fu inventata da un giornalista secoli dopo).
Finisco di spiegare tutto questo: ma gli alunni mi confidano che anche gli «astrofili» stanno spiegando in classe il «caso Galileo», secondo la vulgata anticlericale. Di colpo ricordo il detto latino «Ne sutor ultra crepidam» («Non giudichi il ciabattino al di là della scarpa») e sbotto: «Forse gli astrofili farebbero meglio a occuparsi di astri e non di storia». Apriti cielo (appunto).
Appena ci incontriamo, gli astrofili perdono la consueta freddezza e mi investono con accuse che spaziano dalla mia difettosa educazione fino alle «menzogne del Vaticano». In tutto questo, naturalmente, nemmeno una parola sui fatti: ma a un uomo di scienza non dovrebbero interessare solo quelli? Fatti che sono ben documentati non solo da Messori ma anche da storici di tutt’altra impostazione e, soprattutto, dagli atti del processo.
Perciò scusi, signora Hack, se non sono venuto a ascoltare il suo monologo. L’esperienza mi ha messo diffidente verso quelli che dividono il mondo in «noi» e «loro». Comunque non si preoccupi: la Chiesa non la «hackuserà». Dipendesse da me (che faccio parte di «loro») una bella multa però la darei: una sessantina di euro (l’equivalente, più o meno, di un divieto di sosta) a chi approfitta di qualsiasi cattedra per fare dell’ideologia, e non si confronta mai con i fatti. Qualcuno, signora Hack, ha detto che un po’ di scienza allontana da Dio, e molta scienza avvicina a Dio. Le auguro di concludere i suoi giorni riflettendo sulle parole del povero Galileo, diventato suo malgrado simbolo dell’anticlericalismo più becero: «In tutte le opere mie non sarà chi trovar possa pur minima ombra di cosa che declini dalla pietà e dalla riverenza di santa Chiesa».