Le chiese riscoprono il fascino Gregoriano

Può capitare di entrare in una chiesa milanese della periferia, dall’architettura modernissima, la parrocchia di Gesù Salvatore nella berlusconiana Milano 3, e trovarsi di fronte a una messa accompagnata dal gregoriano, anzi dall’ambrosiano antico, canto che vanta almeno duecento anni d’antichità in più rispetto al gregoriano. E non stride affatto la modernità della struttura con le parole e la musica – entrambe scritte da Sant’Ambrogio – dell’inno Deus Creator omnium o con i testi di altri inni, come O Salutaris Hostia e Pange lingua, scritti da san Tommaso d’Aquino e messi in musica nello stesso tredicesimo secolo.
A oltre trent’anni dalla riforma liturgica postconciliare, e dalla crisi che ne è seguita, si moltiplicano in Italia le comunità che riscoprono il canto antico. Un canto che non è mai scomparso in Germania, Francia, Ungheria o Stati Uniti, e che invece è stato praticamente abbandonato nel nostro Paese, dove pure la riforma liturgica è stata applicata in modo più corretto che altrove. «Il canto gregoriano ambrosiano – racconta l’avvocato Ferruccio Ferrari, animatore del coro della parrocchia di Milano 3 – ora si sta consolidando in una significativa ripresa ed è interessante notare come questa riscoperta avvenga spesso in realtà periferiche». Ferrari è uno dei curatori dell’edizione di «Festiva Laus», un volumetto che in cinquecento pagine racchiude un sussidio per la preghiera e la liturgia, ma anche un libro di cultura, che ripropone a tutti la scoperta o la riscoperta di molti brani tradizionali.
A Milano, nascosto in un grigio palazzone che si affaccia sull’antica Darsena dei navigli, si trova il «motore» di questa riscoperta, il Pontificio Istituto ambrosiano di musica sacra (www.unipiams.org, email: istituto@unipiams.org), che domani festeggia il settantacinquesimo anniversario della sua fondazione. «Io sono ottimista per natura – spiega il preside dell’Istituto, don Gianluigi Rusconi, maestro della Cappella musicale del Duomo di Milano – e mi sembra che le cose stiano migliorando rispetto al passato. Certo, molto dipende dalla sensibilità dei parroci e talvolta, per un eccesso di razionalismo, si rischia di banalizzare la liturgia e si tende a sottovalutarne gli aspetti simbolici. Credo – continua il preside dell’Istituto – che la gente voglia, partecipando a una messa, accostarsi al mistero e non ritengo affatto vero che le musiche e i canti da eseguire in chiesa debbano essere modulati su quelli che si ascoltano normalmente oggi per radio. Anche i giovani, almeno quelli più sensibili, apprezzano la diversità e la bellezza del patrimonio tradizionale».
A scanso di equivoci va detto che il Pontificio Istituto ambrosiano di musica sacra, così come le comunità parrocchiali che in determinate occasioni celebrano liturgie accompagnate dal canto antico, non hanno nulla a che vedere con i gruppi tradizionalisti o con i seguaci di Lefebvre, che chiedono un ritorno al passato e l’uso dei messali preconciliari. La riscoperta del gregoriano che avviene nelle parrocchie non è mai contrapposta alla riforma liturgica, né pretende di essere esclusiva. «C’è lo spazio per introdurre il canto antico nella nuova liturgia – continua don Rusconi – senza pregiudicare la partecipazione dei fedeli. Non bisogna poi dimenticare che si partecipa anche ascoltando».
Anche su input della Santa Sede, nel cui nome conferisce gradi accademici, l’Istituto ambrosiano di musica sacra continua a offrire corsi di alta formazione ma anche settimane di studio e corsi liberi. «Registriamo – spiega il segretario, Giordano Monzio Compagnoni – un interesse crescente da parte del mondo della cultura». Da non dimenticare, infine, l’aspetto ecumenico. Al momento della comunione, nella parrocchia di Milano 3, il coro ha intonato l’inno ambrosiano «Te laudamus», con testo tradotto dal greco e musica di un antichissimo inno della liturgia bizantina.