Choc in Libano, ucciso altro leader antisiriano

La Rice: non so chi abbia agito, ma bisogna fermare Damasco

Fausto Biloslavo

La strategia della tensione è tornata a colpire a Beirut con un attentato mirato, che ha fatto saltare in aria il politico anti-siriano, George Hawi, un uomo sempre in prima linea nella travagliata storia del paese dei cedri. Non è un caso che l’atto terroristico contro l’esponente cristiano maronita sia avvenuto poche ore dopo l’annuncio della vittoria elettorale della coalizione anti-siriana, che ha ottenuto la maggioranza parlamentare. Una coalizione guidata dal giovane Saad al Hariri, figlio dell’ex premier Rafik, la cui uccisione con un furgone esplosivo, avvenuta il 14 febbraio scorso, aveva innescato la strategia della tensione e allo stesso tempo il cambiamento che ha costretto le truppe siriane a ritirarsi dal Libano. Ieri Hariri, possibile premier, ha incontrato il presidente francese Jacques Chirac all’Eliseo, mentre a Beirut riesplodeva la strategia della tensione.
Verso le 10 di mattina, ora locale, Hawi, 67 anni, era appena uscito di casa nel quartiere operaio di Wata Musaytbeth, nella zona occidentale della capitale libanese. Come sempre ha preso posto sul sedile anteriore della sua Mercedes, accanto all’autista. Un attimo dopo una carica esplosiva telecomandata, nascosta sotto il sedile, è esplosa uccidendo sul colpo il noto politico libanese. «Dopo l’esplosione la macchina continuava ad andare, quando ho sentito l’autista urlare e uscire dal finestrino. Sono corso e ho visto Hawi con le budelle in mano», ha raccontato, Rami Abu Dargham, che ha un chiosco di panini nelle vicinanze.
L’attentato è stato compiuto da professionisti, che conoscevano perfettamente le abitudini della vittima. Fonti della sicurezza libanese hanno subito fatto notare che la dinamica ricorda molto da vicino l’uccisione del giornalista Samir Kassir, un fervente anti-siriano, fatto saltare in aria nello stesso modo il 2 giugno scorso.
La strategia della tensione, che molti imputano ai servizi segreti di Damasco, punta a destabilizzare a tutti i costi il Libano che si sta scrollando di dosso il lungo protettorato siriano. La vittima di ieri era disegnata, non solo perché aveva duramente attaccato Damasco, ma per il suo tentativo di riconciliare le fazioni cristiane a cominciare dai duri e puri di Samir Geagea. Quest’ultimo è il leader delle Forze libanesi, incarcerato dai siriani. Fu lui che durante la spaventosa guerra civile libanese combattè contro i miliziani di Hawi, che allora era segretario del partito comunista libanese. Non solo: quando è stato ucciso, Hawi si stava recando a un incontro con un altro politico anti-siriano per discutere della vittoria elettorale dell’alleanza guidata dal giovane Hariri.
Il segretario di Stato americano, Condoleezza Rice, in visita in Medio Oriente, ha subito chiamato in causa la Siria. «Non so chi sia il responsabile, ma so che esistono un contesto e un’atmosfera di instabilità. Le attività siriane fanno parte di questo contesto e bisogna fermarle».
Immediata la condanna del premier uscente, Najib Mikati, alla quale ha fatto eco il ministro della Giustizia giunto sul luogo dell’attentato. «È un tentativo di colpire l'unità e la riconciliazione nazionale dopo queste elezioni, che sono state libere e democratiche. Ma noi non arretreremo», ha dichiarato Khaled Kabbani.
Anche il governo siriano ha ovviamente condannato l’attentato ricordando i tempi in cui gli uomini di Hawi combattevano contro gli israeliani nel sud del Libano. Per questo motivoil leader druso, Walid Jumblatt - in controtendenza -, ha puntato il dito contro Israele.
In effetti Hawi, cristiano-maronita, si era alleato, durante la guerra civile, con i siriani per combattere le milizie della destra cristiana. Ancora prima degli hezbollah fu il primo, come segretario del partito comunista, a incitare alla «lotta di liberazione», quando gli israeliani invasero il Libano nel 1982. Ieri il magistrato tedesco, Detlev Mehlis, che guida la commissione d’inchiesta Onu sull’omicidio di Hariri ha interrogato il capo della guardia presidenziale, Mustafa Hamdan, perquisendo anche la sua casa e l’ufficio. Hamdan è uno degli uomini della sicurezza fedeli ai siriani, come il suo capo, il presidente cristiano Emile Lahoud.