Chrysler, dagli anni d'oro al collasso

Mezzo secolo fa modelli come la
Plymouth Hemi Cuda e la Dodge Charger facevano breccia nei
cuori degli appassionati di auto sportive. Oggi il colosso di Detroit si salva per miracolo. Grazie all'intervento del Lingotto

Detroit - Mezzo secolo fa modelli come la Plymouth Hemi Cuda e la Dodge Charger facevano breccia nei cuori degli appassionati di auto sportive. Negli anni Novanta, in un mondo dove nessuno immaginava che un giorno le quotazioni del petrolio avrebbero sfondato quota 100 dollari, la Jeep Grand Cherokee spadroneggiava tra gli amanti dei Suv. Prima della grande crisi del mercato delle quattro ruote, innescata in America dal boom del prezzo del greggio e aggravata ulteriormente dal crollo dei mercati azionari, è stata una storia di successo quella della Chrysler, che ripone oggi le sue speranze di sopravvivenza nell’alleanza con Fiat.

Il successo e l'espansione Una storia di successo a volte interrotta da bruschi rovesci di fortuna, legati allo shock petrolifero degli anni Settanta e al fallimento della fusione con Daimler. La più piccola delle tre big di Detroit viene fondata nel 1925 da Walter Percy Chrysler e inizia subito a fare sul serio, con l’acquisizione di Dodge e la fondazione dei marchi Plymouth e De Soto. Cinque anni dopo un nuovo grattacielo, il Chrysler Buidling, si aggiunge allo skyline di Manhattan. L’espansione internazionale dell’azienda inizia invece nel 1966, con l’acquisto di Rootes e Simca e la fondazione di Chrysler Europe.

La crisi petrolifera degli anni '70 Non tutti i modelli lanciati nel vecchio continente danno però i risultati sperati, e la crisi petrolifera del decennio successivo sembra dare il colpo di grazia alla compagnia, che finisce sull’orlo del fallimento ed è costretta a vendere le attività europee alla francese Psa. Anche allora a salvarla fu un italiano, sia pure di seconda generazione. Si tratta di Lido "Lee" Iacocca, che diventa amministratore delegato nel 1978 e risolleva le sorti della casa automobilistica rivoluzionando il mercato con vetture come la Chrysler Voyager, la prima monovolume prodotta negli Usa. Negli anni Ottanta continua la fase ascendente, con l’acquisizione di Lamborghini, ceduta alcuni anni dopo a Volkswagen, e del 20% della nipponica Mitsubishi, quota dismessa tra il ’91 e il ’93.

Il controllo del marchio Jeep Nel 1987 Chrysler prende il controllo del celebre marchio Jeep, e l’anno dopo torna in Europa, acquisita dalla tedesca Daimler. Nel 1998, dalla fusione delle due aziende, nasce la DaimlerChrysler. Ma il matrimonio non funziona come dovrebbe, e nel 2007 il boss della compagnia, Dieter Zetsche, dopo aver provveduto a un radicale piano di ristrutturazione, costato il posto di a migliaia di persone in Usa, si mette in cerca di un acquirente. I primi a manifestare interesse sono il fondo Blackstone e i canadesi di Magna, specializzati in componentistica auto, che però ritengono un prezzo eccessivo gli 8 miliardi di dollari richiesti da Zetsche. Si parla anche di un interesse di General Motors, che però abbandona il progetto per la sua cronica mancanza di liquidità.

L'epilogo del colosso L’epilogo arriva a maggio, quando il costruttore teutonico vende l’80,1% della società americana al fondo di private equity Cerberus, che spenderà 7,4 miliardi di dollari. Un prezzo più che vantaggioso se si pensa che la fusione era costata ai tedeschi ben 36 miliardi di dollari. Daimler mantiene una quota del 19,9%, ma gli onerosi obblighi previdenziali e sanitari, che avevano appesantito il sodalizio, vengono interamente accollati alla casa di Detroit. Il prezzo del petrolio, nel frattempo, stava conoscendo un’impennata senza freni, fino a toccare, l’11 luglio 2008, il record storico di 147,25 dollari al barile. Il prezzo del carburante sale alle stelle, e gli americani voltano le spalle a Detroit. I famigerati "gas-guzzlers", le vetture a grossa cilindrata ed elevato consumo energetico che avevano fatto la fortuna delle case automobilistiche a stelle e strisce, non li vuole più nessuno. La crisi dei mutui fa il resto, e le tre sorelle, General Motors, Ford e Chrysler, iniziano a registrare cali del fatturato a doppia cifra e rossi di bilancio insostenibili. Il 19 novembre i boss delle tre compagnie vengono sentiti dal Congresso e chiedono fondi statali per scongiurare il crac.