Ciancimino: "Premier mafioso? E' fuori da tutto"

Il figlio dell’ex sindaco-boss di Palermo che i pm vogliono usare
contro il premier: "Mio padre disse che non c’entrava. Il Cavaliere è
una vittima, è estraneo a Cosa nostra e alle stragi. Non ho parlato
prima perché nessuno me lo ha chiesto"

Palermo - «Io a Silvio Berlusconi mafioso non ci credo. Né papà mi ha mai detto qualcosa al riguardo. Glielo chiesi tre o quattro volte, e rispose sempre allo stesso modo: “È fuori da tutto”. Per certo so che Berlusconi era piuttosto una vittima della mafia. Forse qualcuno intorno a lui, magari del suo più stretto entourage, può aver avuto contatti con Cosa nostra millantando amicizie e mandati del Cavaliere, muovendosi in suo nome e per suo conto, senza che Berlusconi lo sapesse. Papà aveva solo delle perplessità su alcuni personaggi...». Tenetevi forte.

Chi parla in favore del Cavaliere è Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo Vito. Sulla carta dovrebbe essere il grande accusatore del premier-mafioso nelle nuove indagini sulle stragi del ’92-93, la gola profonda delle procure in possesso sia del famoso papello con la trattativa fra stato e mafia, sia di alcuni biglietti scritti da Provenzano a Berlusconi. In quest’intervista al Giornale Ciancimino jr offre invece un’altra verità rispetto a quella che tiene banco in questi giorni. Questa.

Senta Ciancimino, di Berlusconi ha già detto. E del senatore Marcello Dell’Utri, altro obiettivo delle procure, cos’ha da dire?
«Dico solo che papà non l’ha mai voluto incontrare perché non lo stimava...».

Queste sue considerazioni su Berlusconi le ha verbalizzate?
«No. I pm mi hanno chiesto di parlare solo di cose concrete e di soffermarmi sui documenti sequestrati a casa o da me esibiti. “Le sensazioni e le idee - hanno tagliato corto - se le tenga pure per sé. Non interessano”. E così ho fatto».

Lei decide di parlare ai magistrati di cose delicatissime sulla stagione delle stragi e di consegnare documenti esplosivi solo dopo aver incassato una condanna a cinque anni e otto mesi per aver riciclato il tesoro di suo padre. C’è chi ritiene sospetta questa tempistica in relazione, magari, a uno scambio di favori, un trattamento migliore in appello.
«Follie. Mi condannassero se ci sono prove ma andassero davvero a fondo alla vicenda scandagliando ovunque, anche laddove ci sono interessi di politici e magistrati. Se son venute fuori le carte di cui tanto si parla oggi non è perché ho voluto mercanteggiare un trattamento di favore in secondo grado, ma perché dalle perquisizioni sono usciti documenti di papà di cui non conoscevo l’esistenza. Quando ho visto di che cosa si trattava, ho pensato: adesso cominciano i casini. E così è stato. Io voglio solo l’accertamento dei fatti sul riciclaggio perché sto pagando per un “tesoro” che riguarda fatti, collusioni, rapporti, affari di altri. Se fossi stato il figlio del pirata Jack Sparrow avrei avuto meno problemi».

Non ha risposto. Perché non ha parlato prima?
«Se non ho parlato prima è solo perché nessuno ha avuto la bontà di interrogarmi. E quando, finalmente, lo fece il procuratore Pignatone fu surreale, tant’è che quell’atto è oggi oggetto di indagine. Durante quell’interrogatorio a un certo punto mi sono avvalso della facoltà di non rispondere. Dopodiché, prima di chiudere il verbale, il procuratore mi dice: “Va bene Ciancimino, ecco l’elenco delle domande che le avremmo voluto fare”. Io e il mio avvocato restammo di sasso. Mi venne spontaneo ribattere così: scusi ma che senso ha elencare queste cose? E il procuratore: “No, niente, è solo per nostra comodità” e mette giù la domanda su Berlusconi, quella sulla trattativa, e via discorrendo. Gli dissi, ci metta pure l’omicidio di Kennedy e stiamo a posto. Che modo è di fare questo, con Massimo Ciancimino? Chiunque dovrebbe stare attento due volte rispetto al nome che porto. Ma quel che è veramente grave è che nessuno ha voluto chiedere niente nemmeno a mio padre».

In che senso?
«Mai alcun magistrato ha sentito il bisogno di chiedere all’ex sindaco di Palermo, l’uomo in contatto coi corleonesi, qualcosa in merito alla famosa trattativa. Nel processo delle stragi, quando Totò Riina se ne esce citando me e Nicola Mancino, con mio padre ci siamo guardati e ci siamo detti: finalmente, così adesso qualcuno ci verrà a interrogare. E invece, nulla, silenzio assoluto».

Perché?
«Non dovete farla a me questa domanda. Se qualche pm, di una delle tante procure interessate, lo avesse ascoltato in relazione al riferimento a Mancino o a Violante, papà avrebbe potuto dire qualcosa di utile. E invece da Palermo a Caltanissetta, da Firenze a Milano fino a Catania, nessuno s’è fatto avanti. E poi vi chiedo: è normale che per vicende così delicate nemmeno la commissione antimafia abbia sentito il bisogno di sentire papà, l’unico politico condannato per mafia? Piuttosto...».

Dica Ciancimino.
«Il giorno in cui è morto, coincidenza, mi hanno iscritto sul registro degli indagati e da lì è cominciato il lento accerchiamento. Lei ci crede alle coincidenze? Io no. Hanno puntato l’anello debole della catena, ed eccomi qua, in un mare di guai, stritolato, uno strumento usato per raggiungere scopi altrui che nulla hanno a che fare con la mia vicenda giudiziaria. Io non sono la chiave di lettura di niente anche se si ostinano a far passare il messaggio inverso. E il guaio è che non posso più tirarmi fuori».

Che fa si pente di essersi pentito?
«Non chiamatemi pentito, per carità. Visto come stanno precipitando le cose diciamo che se tornassi indietro me ne starei zitto e buono, farei come i miei fratelli che me lo hanno sempre detto: fatti gli affari tuoi. La verità vera è che io non ho fornito la prova sulle stragi, non ho la prova della colpevolezza di Berlusconi, non ho nemmeno la prova della famosa trattativa fra Stato e mafia. Hanno trovato della documentazione a casa quando mi hanno perquisito e io sto solo discutendo di quella. Sta passando un messaggio sbagliato nei miei confronti, non sono un pentito, lo scriva».

Parliamo del famoso «bigliettino strappato» rinvenuto a casa sua in cui si fa cenno a Berlusconi e alle tv. Per i pm si trattava della prova che Cosa nostra voleva una televisione del Cavaliere. Poi lei ha detto che la grafia era di suo padre, e si è scoperto che così non era. Quindi che era di Provenzano, e così non è.
«È vero, non è nemmeno di Provenzano. La procura sa benissimo di chi è. Io non posso parlare».

Perché allora si continua a far passare l’idea dell’interesse mafioso per le televisioni del Cavaliere?
«E lo chiedete a me?».

Sì.
«C’è il segreto istruttorio, se parlo commetto un reato e addio indulto».

Quando ha iniziato a «collaborare» con le procure nessun giudice le ha chiesto conto del perché non avesse parlato prima?
«Come no. E io ho risposto loro che non mi chiamavo Marzullo, che solitamente non mi faccio le domande da solo per darmi anche le risposte. Nel gli anni sono accadute tante cose strane...».

Non sia criptico.
«Per dire: agli atti del mio processo c’è la storia del boss Messina Denaro che voleva uccidermi, con Provenzano che invece sventò l’esecuzione, o quella di killer in azione per farmi fuori. Nonostante ciò, dopo 8 mesi di arresti domiciliari, inspiegabilmemte, mi sbattono in cella al “comune”, all’Ucciardone. Fra i mafiosi! Un giorno intero ho supplicato l’ufficio matricole a non mettermi lì, accettando l’unica cella al reparto pedofili. Perché quello sgarbo?».

Dove vuole arrivare Ciancimino? Vede un unico filo tirato nel tempo per incastrarla?
«Una regia occulta forse c’è. Chiedo solo di non essere più strumentalizzato. Se i magistrati chiedono, io rispondo. Nessuno deve ricamarci sopra».
gianmarco.chiocci@ilgiornale.it