Il cigno vedovo non fa il miracolo: cova l’uovo ma il piccolo muore

Dalla letteratura al cinema recente, passando per classici della danza come Il lago dei cigni. Il cigno nero è un animale che ha sempre rappresentato il lato oscuro della seduzione: il voltafaccia della bellezza, il corrispettivo maligno della grazia e della femminilità.
Ebbene, c’è una storia vera, che ha preso corpo in Australia, al Queens Park di Melbourne, e che del cigno nero, stavolta, svela risorse a dir poco commoventi.
Un gruppo di teppisti colpisce a morte un esemplare di cigno nero: una femmina, intenta nella cova del suo pulcino. Il personale dello zoo si affida subito alla polizia per le indagini sui colpevoli e, come accade nei casi in cui un oviparo muoia durante la cova, valuta la possibilità di completarla con un incubatore. Ma qualcuno non glielo permette: il maschio del cigno abbattuto, il padre del pulcino accoccolato nell’uovo e adesso orfano, decide di perpetuare la cova da dove la sua compagna l’aveva lasciata. Con la prontezza di spirito che un marito e un papà in carne ed ossa, chissà, non avrebbe trovato: con la devozione che ha lasciato a bocca aperta i funzionari del Queens Park e i visitatori dello zoo, il cigno nero si è accovacciato dolcemente sul suo uovo, per non abbandonarlo mai. Addirittura non si è allontanato dal nido per cibarsi, il che ha allarmato lo staff dello zoo, che ha temuto di perdere anche questo esemplare: lo staff che, nuovamente, si è ripromesso di aspettare che i morsi della fame distraessero il «mammo per caso» per sottrargli l’uovo, effettuando poi la cova artificiale.
Nulla da fare. Il cigno nero ha continuato ad assolvere al suo compito senza desistere un istante, animato dal più atavico, nobile e universale degli istinti: quello di proteggere il suo piccolo. E tutto ciò che è rimasto della sua incantevole compagna.
«Lo staff dello zoo è stato informato che potrebbe essere estremamente dannoso e stressante, per il maschio superstite, provvedere così presto alla cova» ha detto il comandante della Victoria Police. Eppure, «i maschi di questa specie sono in grado di covare le uova, e un esemplare può decidere sua sponte di non abbandonare il nido». Questo è stato il verdetto finale del Queens Park, in religiosa affinità col desiderio del cigno.
Non ce l’ha fatta. La cova non è andata a buon fine: purtroppo, ciò che del pulcino stava maturando nel guscio è andato perduto, nonostante il sacrificio strenuo del padre. Un finale malinconico, che non rende giustizia a un fenomeno di tale tenerezza ed eccezionalità.
Nel best-seller giapponese di Banana Yoshimoto (Kitchen, 1989), uno dei personaggi principali era un uomo che, vedovo e padre di un fanciullo, arrivava addirittura a mutare sesso, per assumere le redini della maternità che, prematuramente, era venuta a mancare nella sua famiglia. Trasfigurato, «mammo per amore», il personaggio giungeva alla sublimazione della femminilità, in un ricco espediente letterario che però muoveva dalla semplice, innocente verità dell’animo umano: quella per cui ciascuno di noi tende a voler tenere in vita, a stringere disperatamente, a diventare, se necessario, ciò che ha perso. Un compagno di vita e un genitore, pervaso dallo spirito di abnegazione più irriducibile. Quello che, come il cigno nero di Melbourne, vorrebbe mostrare al pulcino l’altra faccia di un mondo che gli ha portato via qualcosa di insostituibile, prima ancora di fargli vedere la luce.