Cina, 750mila morti per carbone e piombo

Ogni 12 mesi muore quasi un milione di persone per l'inquinamento. Il dramma del latte alla melamina impallidisce di fronte alle stragi dell’industrializzazione scriteriata: aria e acqua sono le più inquinate del mondo

Pensate a Bologna e Firenze e ai loro 740mila abitanti. Immaginateveli cadaveri, ammonticchiati uno sull’altro. Con quell’incubo nella mente i quattro bimbi uccisi e i cinquantamila avvelenati dal latte alla melamina diventano bazzecole, i 450 intossicati dall’acqua all’arsenico si trasformano in bagatelle, scintille sfuggite da un inferno oscuro. La chiamano industrializzazione, ma è innanzitutto un’immensa camera a gas, un lager dei veleni capace di spegnere ogni anno 750mila vite umane. Non sono le voci maligne del dissenso, sono le cifre certificate anni fa, e mai divulgate, dall’Accademia per lo sviluppo ambientale cinese. Il boia più spietato è l’aria. Polveri sottili, anidride solforosa e carbonica bastano da sole a spedire all’altro mondo 380mila cinesi ogni dodici mesi. A falciarne altri 300mila ci pensano il fumo delle sigarette di Stato mescolato a quello delle stufe a legna e carbone usate per riscaldar casa. Dissenteria cronica, tumori allo stomaco e altri accidenti causati dai veleni dell’acqua più inquinata del mondo aggiungono 60mila cadaveri alla lista nera dell’inquinamento cinese.

Le anticamere di quest’inferno sono 16 città e località cinesi inserite nella lista dei 20 luoghi più inquinati del pianeta dalla Banca Mondiale e dal Blacksmith Institute, un’organizzazione non governativa specializzata in ricerche ambientali. La discesa nell’orrore incomincia dalle tenebre polverose di Linfen, il centro della provincia mineraria di Shanxi, considerata la città più inquinata del mondo. Negli anni Ottanta l’ottimismo post maoista la definì la «moderna città dei fiori e dei frutti». Le sue 200 fonderie di ferro allineate intorno a 150 miniere di carbone l’hanno trasformata in un insalubre buco nero. Per fornire a Pechino un terzo dell’energia elettrica nazionale i suoi 4 milioni di abitanti vegetano in una penombra velenosa dove il sole è una lampadina giallognola offuscata da grigi vapori. Secondo China Daily i 40 milioni di tonnellate di scorie carbonifere prodotte annualmente hanno sepolto 20mila ettari di terra sotto una mefitica crosta nera. Ogni sera la polvere di quelle scorie si mescola ai venti, invade la città, soffoca quattro milioni di cittadini. Nella letale città nera i livelli di anidride solforosa e le polveri sottili regalano percentuali di tumori fuori controllo. L’arsenico diffuso nel 52 per cento delle acque si manifesta con lesioni alla pelle, si trasforma in gotta, degenera in tumori. Il tasso di mortalità di questa camera a gas a cielo aperto è top secret, ma l’«Amministrazione per la protezione ambientale di Stato» ammette che l’aria di Linfen è la peggiore della Cina e ha coefficienti d’inquinamento decine di volte superiori a quelli ammissibili.

A far concorrenza alla notte tossica di Linfen ci pensa Tianying, la città di piombo. Mancanza di controlli sugli stabilimenti e produzione illegale garantiscono la produzione di metà del fabbisogno nazionale di piombo, ma generano veleni al di là di ogni limite. L’85% dei campioni d’acqua e aria intorno a questo centro metallurgico nella provincia di Anhui rivelano concentrazioni di piombo superiori di otto, dieci volte la già non salubre media nazionale. Le conseguenze più devastanti si registrano durante la gravidanza e l’infanzia. Le donne soffrono di aborti spontanei. I bambini con il sangue e i centri nervosi intaccati sin dalla nascita manifestano una crescita rallentata, registrano quozienti intellettivi più bassi della media e uno sviluppo fisico al limite della gracilità.

Altrove la strada dell’inferno è segnata dai fiumi. Le acque dello Huaie, il più tossico dei grandi corsi d’acqua, e del Qiantang a sud di Shanghai hanno trasformato interi villaggi in vere e proprie incubatrici del tumore dove il cancro prolifera a percentuali dieci volte superiori a quelle nazionali. Uno dei più nefasti crocevia del degrado è Wu Li, 220 chilometri a sud-ovest di Shanghai. Lì gli scarichi di 25 industrie chimiche sputati nel fiume falcidiano la popolazione. Huangmenying, piccolo villaggio al centro di un arcipelago del cancro reso celebre dalle denunce dell’ex giornalista e dissidente Huo Daishan, ha fatto emergere la tragedia di decine di migliaia di contadini condannati a morte in nome dello sviluppo incontrollato.
Il paradosso più insopportabile per molti ambientalisti cinesi è però la piaga di Guyu, la città discarica dove ogni anno convergono un milione di tonnellate di rifiuti elettronici altamente tossici importati da Europa e Stati Uniti. In quell’immensa discarica a cielo aperto 150mila lavoratori smontano e riciclano piombo, rame e cadmio regalando alla già tossica Cina un pizzico dei veleni rifiutati dal resto del mondo.