Cina, fa paura il «tesoro» da 1.800 miliardi

Le conseguenze delle scelte di Fed e Bce

da Milano

Circa 1.800 miliardi di dollari. Come il 13% del prodotto annuo degli Stati Uniti, o come l’86% di quello italiano. Sono le riserve valutarie della Cina, superpotenza monetaria, primo creditore degli Stati Uniti (è il principale sottoscrittore dei titoli di Stato Usa), e in grado, se vuole, di modificare gli equilibri delle valute e delle economie mondiali da un giorno all’altro. E non c’è solo la Cina. Secondo uno studio appena pubblicato dall’ufficio studi economici indipendente Cerm (Competitività e regolazione mercati) di Roma, l’India ha aumentato il volume delle sue riserve valutarie del 761% dal 2000 a oggi, Singapore l’ha aumentato del 135%, e la Russia, che alla fine degli anni Novanta era in piena crisi, addirittura del 3.558 per cento. La crescita delle economie di questi Paesi «emergenti» (anche se ormai li si possono considerare abbastanza emersi) unita agli alti prezzi di petrolio e materie prime, ha rimpinguato di valuta pregiata le loro casse. Una massa di liquidità che ha cominciato a destare preoccupazione anche in relazione al fatto che si tratta di governi non sempre campioni di democrazia e trasparenza.
In realtà, secondo gli economisti del Cerm, all’origine di questa situazione c’è la divaricazione tra le politiche della banca centrale americana, la Fed, e la Banca centrale europea. Per diminuire il deficit commerciale e di bilancio in Usa la Fed ha attuato negli ultimi anni una politica di ribasso dei tassi con l’effetto di deprimere la valutazione del dollaro, ma anche di dare vantaggi competitivi all’export dei Paesi con valute che sono, chi più chi meno, agganciate (anche se non formalmente) al dollaro. «Senza regole monetarie globali», dice Fabio Pammolli, ordinario di economia a Firenze e presidente del Cerm, «questa massa di denaro può costituire una permanente fonte d’instabilità finanziaria, economica, ma anche politica». Cina, India, Russia e Singapore, secondo il Cerm, gestiscono con grande autonomia la moneta e il cambio e si apprestano a gestire con altrettanta autonomia sui mercati globali i tesori accumulati dalle loro banche centrali. Cina e Singapore hanno addirittura creato due super finanziarie a questo fine, la China Investment Corporation (Cic), con un patrimonio di 200 miliardi di dollari e il Government of Singapore investment corporation (Gic) con risorse stimate in 330 miliardi di dollari. Mentre il «fondo sovrano» degli Emirati Arabi Uniti, l’Abu Dhabi investment authority (Adia), operativo fin dagli anni Settanta, di dollari in portafoglio ne ha addirittura 875. Va detto che la liquidità dei Paesi emergenti per ora è stata anche una risorsa: ha tolto molte castagne dal fuoco ai bilanci delle grandi banche dissestati dai subprime. Solo nell’ultimo anno i fondi sovrani dei Paesi emergenti sono entrati nel capitale di colossi come Merrill Lynch (7,5 miliardi di dollari dalla Gic), Morgan Stanley (5 miliardi dalla Cic), Citigroup (7,5 miliardi da Adia) e Ubs (11 miliardi di franchi dalla Gic e altri 2 da un fondo anonimo mediorientale).