Cinque domande ad Amato

L’Italia è in grado di trasformarsi definitivamente in un Paese di immigrazione? Abbiamo, cioè, le ossa così salde da poter estendere in un futuro prossimo la nostra comunità nazionale alle centinaia di migliaia di individui che potrebbero richiederlo? Tra i tanti commenti apparsi in questi giorni al disegno di legge Amato sulla concessione della cittadinanza avremmo voluto leggere anche queste domande. E possibilmente, qualche risposta degna di menzione. Illusione. Se si eccettuano gli interventi su questo giornale e pochissimi altri, il resto della pappa mediatica s’è risolto in frullati di luoghi comuni e omogeneizzati di buonismo, che declamano le lodi degli italiani gente brava e ospitale, sorvolando accuratamente sul principio rivoluzionario che il progetto governativo introduce: il passaggio epocale – sottolineiamo, epocale – dallo jus sanguinis allo jus soli. Da un modello di cittadinanza fondato sui vincoli di sangue, vedi il caso degli italiani all’estero, a uno che privilegia fattori territoriali, culturali e/o economici: vedi il bambino che nasce sul territorio italiano da genitori che, pur non cittadini, possiedono alcuni requisiti di residenza regolare. Da un concetto di italianità come trasmissione generazionale di valori e appartenenze a uno - che ricorda la famosa frase di Ernst Renan della nazione come «plebiscito quotidiano» - come scelta di valori e di appartenenze. In sostanza, la riforma del modello di cittadinanza voluta da Amato nel lungo periodo modificherà i criteri di formazione, riproduzione e ingresso nella nostra comunità nazionale. La summa del retropensiero governativo l’ha offerta Daniele Capezzone: anziché un «italo-argentino», legato al nostro Paese da vincoli di sangue ma che non paga le tasse, è meglio far votare un «tunisi-italiano» che lavora ed è contribuente in Italia. Il passaggio dell’«italo» dal prefisso al suffisso è emblematico. Costituisce una trasformazione importantissima del concetto di italianità che andrebbe discussa seriamente. Nei presupposti e nelle conseguenze. Illusione. Invece ne abbiamo sentite di tutti i colori: i calcoli di ingegneria elettorale del ministro Ferrero per guadagnare voti al centrosinistra, le tiritere che grazie agli italiani “nuovi acquisti” si alzerà l’indice di natalità consentendo la sopravvivenza del nostro sistema di welfare, o le valutazioni di ordine puramente quantitativo – quanto tempo da aspettare e quali prove da superare. Come se il problema, nel salto verso un nuovo modello di cittadinanza, fosse semplicemente quello di alzare o abbassare l’asticella. Allora qualche domanda la facciamo noi:
1 Siamo sicuri che sia il momento più propizio per una riforma di questo genere? È vero che compito della politica è governare e non farsi trascinare dallo stato d’animo dell’opinione pubblica. Ma in una fase storica in cui, per ragioni stranote, il confronto tra civiltà s’è fatto incerto, l’immigrazione soprattutto dai Paesi islamici diventa fattore (spesso immotivato, talvolta no) di paura o scusa per degenerazioni xenofobe, e fatti come l’attentato aereo sventato a Londra dimostrano che la cittadinanza non mette al riparo dal riproporsi di legami ancestrali o integralismi religiosi, era proprio necessario andare controtendenza e regalarsi, come al solito, l’illusione che nell’Italia paese del sole e del mandolino, la bontà del cibo e la magia del clima ci regaleranno neocittadini perfettamente integrati?
2 Siamo sicuri che un governo di centrosinistra sia il più indicato per caricarsi sulle spalle l’onere della trasformazione del nostro modello di cittadinanza? L’Unione appare priva degli attrezzi culturali, politici e giuridici per affrontare una sfida di tale pesantezza. La sinistra penzola tra Gino Strada e Oliviero Diliberto, da un lato, Barbara Pollastrini ed Emma Bonino, dall’altro, tra un multiculturalismo inteso come tutela indifferenziata per tutte le minoranze a livello politico e civile e la pretesa di estendere urbi et orbi, e dunque presumiamo anche a casa nostra, i «diritti umani», che sono e restano un’invenzione occidentale. Mai contraddizione è stata più palese. E allora, nei casi tristissimi del ghetto padovano di via Anelli o della pachistana Hina, che si fa: ci si appella all’intangibilità delle differenze o si invoca il “dovere di ingerenza” dei diritti umani?
3 Siamo sicuri che lo stratagemma del nuovo modello di cittadinanza risolva sul serio il problema dell’integrazione? Siamo sinceri. La maggioranza degli immigrati vengono in Italia con il proposito, più che lecito e più che comprensibile, di mettere da parte il denaro sufficiente per tornare quanto prima nel proprio Paese. Smentendo i sogni degli apologeti e gli incubi degli apocalittici, appare lecito non aspettarsi una corsa indiscriminata alle domande di cittadinanza. Il che significa che il presupposto fondativo del progetto Amato, l’integrazione a pieno titolo di nuovi cittadini nella comunità nazionale, rischia di afflosciarsi nel disinteresse di tanti, tantissimi immigrati rispetto alla prospettiva di una loro definitiva italianizzazione.
4 Siamo sicuri che sia sufficiente parlare, come tutti fanno, di integrazione o non sia il caso di impiegare un termine tanto rischioso quanto necessario come quello di assimilazione? L’integrazione è la conclusione di un processo culturale, la cittadinanza la conclusione di un processo politico di “costruzione” di un nuovo abitante della polis. In questo caso, nonostante in troppi si siano affrettati a dichiarare fallito il modello «assimilazionista» francese dopo le rivolte delle banlieue, è in quella direzione che bisognerebbe guardare. Nessuno l’ha detto chiaramente: la vera sfida è quella di assimilare l’immigrato che vuole diventare cittadino. Nazionalizzarlo. Italianizzarlo. Accertare la reale disponibilità a spogliarsi della sua identità precedente, evitando per questo che la cittadinanza diventi una semplice spruzzatina giuridica di diritti-doveri su una preesistente identità socio-culturale incompatibile col modello italiano di cittadinanza. La rinuncia alla cittadinanza del paese di origine per il neo-italiano è solo il punto di partenza. E poi?
5 Siamo, infine, sicuri che le istituzioni e la società italiane siano pronte ad affrontare una sfida di questo genere? Scrive Magdi Allam: «L’integrazione degli immigrati e la cittadinanza sono l’altra faccia della medaglia dell’identità sociale e nazionale». Aggiunge Galli della Loggia: è lo Stato nazionale «che continua ad essere l’esclusivo termine di riferimento del diritto di cittadinanza». Ed è proprio questo che desta preoccupazione. I grandi Paesi di immigrazione, dagli Stati Uniti alla Francia, sono nazioni con una forte etica repubblicana. In Italia l’identità nazionale spunta solo nelle fasi di emergenza, le catastrofi naturali o eventi luttuosi come la strage di Nassirya (per il resto, si dice non a caso, si tira fuori il tricolore ai mondiali di calcio). La nostra è una nazione che sconta ancora la mancanza, a livello politico, di uno Stato forte e, a livello sociale, la latitanza di un forte senso dello Stato. Qual è allora, in soldoni, il modello di cittadino che vogliamo proporre ai nostri futuri connazionali, inclusivo al punto da non far sentire cittadini di serie B migliaia di musulmani «neoitaliani»?