Cinque Terre, il business costruito sull’identità

(...) di Riomaggiore, di Manarola, di Vernazza, di Corniglia, di Monterosso. Eravamo rimasti al miracolo di un dato turistico positivo per l’ennesimo anno di fila e, soprattutto, in assoluta controtendenza con il resto della Liguria.
Eravamo rimasti al miracolo di un presidente del Parco che sarà rude, che sarà accentratore, che sarà anche un po’ despota, che avrà un caratteraccio e mille difetti, ma che ha la sua terra (anzi, le sue Terre) nel cuore. E che lo fa trasparire in ogni modo.
Eravamo rimasti a un politico (perchè in fondo è pur sempre il primo dei non eletti del Pd alle Europee) che, però, quando parla del suo territorio non ti dà l’impressione del politico classico. Ma di uno che ci crede, di uno che c’è, che c’è sempre. Uno capace di far trasparire la passione per le sue radici, anche semplicemente davanti al caffè al bar. Uno che non ha bisogno di parlare di identità. Perchè l’identità ce l’ha dentro.
Franco Bonanini, presidente del Parco delle Cinque Terre, ha sicuramente molti difetti. Non quello di non investire sulla pianificazione del territorio: ad esempio ragionando sulle licenze commerciali, ad esempio comprendendo che si preserva l’ambiente non con ragionamenti da talebani, non spiegando che non si può toccare nemmeno un mattone o uno zerbino, ma aiutando gli imprenditori agricoli e i proprietari di case che intervengono impegnandosi a lavorare sul territorio e per il territorio. Penso, ad esempio, alla scelta di limitare le licenze commerciali e, soprattutto, di evitare che le Cinque Terre diventino un divertimentificio o una Portofino spezzina, perchè c’è già l’originale che, nel genere, è meglio. Penso, ad esempio, alla scelta di incentivare locande e bed and breakfast perchè così si disincentivano le seconde case, che depauperano il territorio. Penso, ad esempio, alla politica di appoggio all’artigianato e alle produzioni alimentari tipiche.
La circostanza che tutto questo funzioni è dimostrata, ad esempio, dal fatto che la disoccupazione, a Riomaggiore e nelle Cinque Terre, è praticamente inesistente.
La circostanza che tutto questo abbia radici profonde e non improvvisate, che non sia un’operazione di marketing, anche se magari lo è anche (ma non è certo un peccato), la si trova nelle parole di Bonanini. Ad esempio quelle per il decennale di un Parco che, in collaborazione con il ministero dell’Ambiente, ha portato a livelli mondiali. Bonanini non ha paura di parlare di «riscoperta dei piccoli territori», non si vergogna a dire e a scrivere che «oggi l’eccellenza nazionale, anche per quanto concerne l’entità, non è riposta in qualche grande industria, ma nella rete dei territori, delle produzioni tipiche», non ha imbarazzi nel coniugare la bellezza dell’ambiente e delle tradizioni con i conti economici: «Complessivamente si determina un fatturato che solo fino a pochi anni fa pareva impensabile».
Bonanini usa parole altrove cadute in desuetudine. Ha la forza di guardare verso il passato in un mondo perennemente in corsa verso un futuro che forse non è quello che ci si immagina: «È indispensabile conservare il senso d’appartenenza ai nostri paesi, l’orgoglio e l’amore per la comune e antica dimensione contadina, per le tradizioni, le peculiarità negli idiomi, nei toponimi, negli angoli nascosti, nei volti del passato dimenticati».
Sono parole che, se le dici senza crederci, devi subito abbassare gli occhi. Bonanini le pronuncia a testa alta e altra, non senza aver riservato un pensiero a chi c’era prima. Perchè quello che si lascia a chi verrà dopo è anche per loro, per i nostri padri: «La qualità della vita diviene sempre più un elemento essenziale, importante e nelle Cinque Terre la natura, ma soprattutto il lavoro delle generazioni che ci hanno preceduto, ci hanno regalato un paesaggio unico e sublime. A noi la gravosa responsabilità di mantenerlo e, possibilmente, di migliorarlo».
E questo pallino di Bonanini lo vedi anche nei piccoli particolari. La scorsa settimana, in piazza, si festeggiava la vendemmia e i bimbi dell’asilo, con i vestiti tipici, coglievano l’uva, la mettevano nei cesti e poi ci sguazzavano con i piedi, al suono delle canzoni di Fabrizio De Andrè. Una scena che altrove potrebbe sembrare la classica recita scolastica, con le foto e i video di noi genitori. Ma sulla piazza di Riomaggiore riesce ad avere un altro sapore, un altro profumo, un altro suono.
Bambini maleducati ce ne sono pure qui, commercianti scortesi pure, cementificazioni sbagliate non mancano nelle Cinque Terre. Eppure, è come se lo spirito di Bonanini, profeta che ha il suo profeta nel suo collaboratore più stretto Luca Natale, riuscisse a contagiare tutto e tutti. Penso alla cortesia e alla simpatia di Lorenzo, comandante della stazione dei carabinieri di Riomaggiore, uno che ti fa essere fiero degli uomini in divisa, o all’anima della focaccia al formaggio del Bomber, Mario Vestito, in pieno centro a Riomaggiore. Che, fra l’altro, è anche coordinatore del Pdl in paese e consigliere comunale, ma in questa storia non c’entra, così come non c’entra la candidatura nel Pd di Bonanini. Quando c’è in ballo l’identità, la politica non c’entra.
Cosa c’è di più commerciale di focacce e pizze al trancio sulla piazza principale di un paradiso dei turisti stranieri? Nulla, direi. Eppure, vi sfido. Provate ad andare dal Bomber, a fianco del tabaccaio: troverete l’identità. Persino in un pezzo di focaccia e nel formaggio che vi cola in bocca a rischio di scottarvi.
Eppure, in quella focaccia e nel sorriso buono di Mario, c’è un alimento raro: l’identità. Provare per credere. Provare anche la focaccia, vabbè.
(2-fine)