Una città ridotta a tendopoli: "Quanto tempo vivremo qui?"

All’Aquila nessuno ha dormito nella propria casa. Chi ha potuto è
fuggito portandosi i materassi sul tetto dell’auto. Requisiti gli
alberghi sul litorale. Letti in stadi e caserme. Barelle all’aperto e auto usate come ambulanze.

L’Aquila - «Quanto tempo dovremo vivere così?». Verso sera il dio del cielo, volta le spalle alla gente che il dio della terra, maligno davvero, ha sbattuto fuori di casa, e incomincia a piovere. Una pioggia forte e impietosa, che alluviona l’umore del popolo degli sfollati sotto le tende o in mezzo all’erba di piazza d’Armi, uno dei cinque punti dell’Aquila adibiti a ricovero dei senza tetto. Decine di migliaia solo quelli del capoluogo, ospiti degli stadi (Fattori, Acquasanta, Centi Colella), della caserma Rossi. Altri spediti nelle quattromila stanze degli alberghi del litorale adriatico requisite dal tour operator dell’emergenza. Qualcun altro, si dice 800, nelle cuccette dei vagoni spediti in tutta fretta alla stazione. Perché dopo la notte della paura ad aspettare gli aquilani è la notte dei tormenti: la terra continua a tremare, spallate continue, nervi a pezzi.

Nessun dorma, tranne i bambini e quelli troppo stanchi. Tutta una provincia di sfollati, nessuno in casa, tutti dove capita, magari in questo campo d’atletica che nel pomeriggio assolato, prima della pioggia, sembrava un enorme pic nic senza gioia: bambini, tavolini di plastica, buste di biscotti, plaid stesi sull’erba, pantofole e focacce.
Sono i senza tetto, gli sfollati, i terremotati, che pronunciano questa parola malinconica, meridionale nel senso più lato, con l’aria di volerci fare l’abitudine. Sono le altre vittime del terremoto, quelle che hanno portato a casa (casa?) la pellaccia ma non sanno che cosa riserva loro il futuro. Quello anteriore. Quello prossimo è questa notte in tenda, se si è fortunati, se basteranno quelle arrivate da ogni parte d’Italia, se qualcuno le saprà montare, se ci si mette in fila, perché anche il dolore ha la sua burocrazia, se qualcuno avrà la voglia di dormire mentre la terra non smette di tremare.

Chi può è fuggito, magari coi materassi sul tetto dell’auto. «Stanotte andremo a Francavilla, sul mare, dove abbiamo una casa - racconta Marco - poi domani torniamo. E dopodomani? Dopodomani vedremo». Ognuno di loro racconta agli altri il suo diverso tipo di terrore in una notte destinata a non essere dimenticata. «Non finiva più, non finiva più. La cosa più brutta è stata la lunghezza», dice una donna di 47 anni che piange dietro gli occhiali e si tiene stretta i suoi figli giovani, che chiacchierano con gli amici come al muretto.
Poco lontano, un gruppo di studenti israeliani con grandi valigie si consultano. Venuti in Italia per studiare medicina e per fuggire dal loro paese inquieto ora non vedono l’ora di tornarci ma sull’aereo da Roma non c’è posto per tutti. «Mio padre - racconta Claudio - ha 81 anni ed è rimasto sotto le macerie, l’hanno tirato fuori sano e salvo quelli della protezione civile. Noi siamo scappati correndo a piedi nudi su vetri e sassi da casa nostra, che è nuova ma è in parte venuta giù. Ho anche lasciato il cellulare, chissà dove, a casa». Ecco, il telefono. È un oggetto non più così scontato da queste parti perché in molti, fuggendo, l’hanno lasciato dietro di sé, magari a squillare a vuoto sotto i calcinacci, amplificando così le preoccupazioni dei parenti.

Chi scrive è stato più volte avvicinato da persone in lacrime che chiedevano la piccola grazia di una telefonata, di un sms. Al mercato della disperazione, un breve ticchettare sulla tastiera vale molto di più delle banane e dei pezzi di pane che molti portano via come trofei. Sono sfollati due volte anche i feriti che l’ospedale San Salvatore, moderno ma pieno di crepe, non può ospitare i bisognosi se non nei corridoi e - fin quando il tempo lo permette - nei cortili, sotto tende, nelle ambulanze venute da ogni dove, in lettighe all’aperto, perfino in auto private dal cui finestrino esce un tubo attaccato a una flebo.

Poi, verso le 17, l’ospedale viene evacuato, i pochi feriti rimasti trasportati a Pescara, Teramo, Avezzano, i più gravi a Roma. Tra loro Massimo Luigi, geometra, 51 anni, rimasto con la metà inferiore del corpo per sei ore sotto le macerie della sua casa di via Cola dell’Amatriciana, in centro. «Non mi sento più le gambe», si lamenta. Un altro uomo, le scarpe piene di polvere, tranquillizza qualcuno al telefono: «La casa non c’è più, ma noi siamo ancora vivi». Vivi e felici di esserlo, anche se nel mezzo di un’altra notte da incubo.