La class action? Quasi impossibile

In Italia in pochi ne hanno fatto ricorso. Troppo complessa. Ma ora, forse, si cambia

Per qualche associazione di consumatori è una formula magica in grado di attirare attenzioni e adesioni. In realtà la «class action» all'italiana, approvata nel 2008 e in vigore dal 2010, ha funzionato poco se non pochissimo.

Le cronache riferiscono un caso di qualche anno fa, quando un tour operator fu condannato a pagare i danni per una catastrofica vacanza offerta a dei malcapitati clienti (a occuparsene fu l'Unione Nazionale consumatori). Più recenti i casi dei pendolari delle Ferrovie Nord risarciti con 100 euro a testa per una settimana di disservizi, e alcuni correntisti di Intesa che hanno impugnato commissioni improprie sugli scoperti. In entrambi i casi a intervenire fu Altroconsumo, che di recente ha avviato azioni anche contro Facebook (furto di dati personali), Volkswagen e Fiat per aver dichiarato che alcuni dei loro modelli consumavano molto meno di quanto avveniva in realtà. Nelle due vicende i proprietari di auto che hanno scelto di prendere parte al procedimento sono quasi 25mila. È un numero di tutto rispetto ma se si escludono questi casi, c'è poco altro.

A rendere difficili le cause collettive per la tutela dei «diritti individuali omogenei e interessi collettivi dei consumatori», sono gli stessi meccanismi previsti dalle norme. Per esempio il fatto che l'adesione dei consumatori deve avvenire entro rigide finestre temporali stabilite dal magistrato. I proponenti devono dunque assumere a proprio carico i costi di pubblicità (spesso rilevanti) che possono venire restituiti in caso di vittoria ma rischiano di essere inefficaci. Un altro ostacolo è il fatto che non sono previsti danni punitivi ma solo il risarcimento di quelli materiali in senso stretto.

Ora le cose potrebbero però cambiare: in ottobre la Camera ha approvato la riforma (proponenti i Cinque Stelle) che si propone proprio di modificare le norme più contestate dalle associazioni di consumatori. Un'eventuale sentenza di condanna avrà effetto, come accade negli Stati Uniti, su tutti gli interessati, anche in caso di adesione tardiva all'azione collettiva. Non solo: il ventaglio di danni presi in considerazione è destinato a diventare molto più ampio dell'attuale.

Adesso la palla è passata nel campo del Senato che esaminerà il tema nei primi mesi dell'anno prossimo. Nel corso dell'esame a Montecitorio è passata una norma che non dispiace alle aziende (che vedono nella class action allargata un rischio e temono di essere esposte a cause spesso arbitrarie): le nuove regole non saranno retroattive, si potranno cioè applicare solo per gli eventi accaduti dopo l'approvazione della riforma.