Le classi-ponte fanno paura soltanto ai veri razzisti

Lo confesso, sulle prime sono rimasto turbato. Ma come, lo scrittore Sandro Veronesi ammette che il problema degli alunni immigrati nelle scuole italiane esiste e che «le classi separate ci sono già, solo che non sono gli stranieri a essere mandati via. Capita siano gli italiani ad andarsene: per non lasciare i bambini in una classe a maggioranza straniera. È il dramma di noi genitori progressisti... ». Sono in sintonia con Veronesi? Lo choc è stato forte, anche perché prima di leggere l’intervista del nuovo vate dell’intellighentia di sinistra, ero inciampato in un trafiletto che ricordava come la mozione della Lega per l’istituzione di «classi-ponte» per i ragazzini stranieri in difficoltà con la nostra lingua si ispirasse a un’analoga iniziativa presa in Catalogna da una coalizione di socialisti, eco-comunisti e separatisti di sinistra e benedetta dal ministro zapaterista Celestino Corbacho (quello che fa sparare sugli immigrati e poi si volta e dice che il governo italiano è razzista). Oddio, non starò mica diventando veltroniano?
Poi, fortunatamente, ho appreso che Fassino (ma non doveva essere in Birmania?) ha elegantemente definito la proposta leghista «una cosa abietta» e mi sono un po’ rasserenato. Quindi ho letto l’Unità (titolo plastico: «Apartheid scolastico») e Liberazione (titolo sobrio: «Deputati razzisti e fuorilegge») e ho capito che dopotutto il mondo non si era capovolto. Ma è stato solo quando sono arrivato all’editoriale del Manifesto («Razzismo in cattedra») che mi sono sentito davvero tranquillo. Una cosa meravigliosa. Tutto il campionario dei luoghi comuni, sciorinato con grande verve e soave noncuranza per le ripetizioni. Vi si parlava di «discriminazione», ovvio, di riforma «di squisita marca reazionaria», certo. Ma di più: si sosteneva che il documento votato alla Camera «è un tassello pesante nella costruzione di un paese del razzismo reale»; si farneticava di una «già compiuta saldatura fra il razzismo di Stato e il razzismo popolare»; si evocavano «apprendisti stregoni che hanno spalancato le porte dell’inferno del razzismo istituzional-popolare». La chiusa la riporto per intero: «L’Italia governata dispoticamente da Berlusconi e pervertita dall’ideologia nazistoide della Lega Nord, resa più temibile dal culto dell’ignoranza, sta per diventare un paese strutturalmente razzista».
Niente meno. E tutto questo perché, partendo dall’elementare concetto che se non si conosce la lingua difficilmente si possono seguire le lezioni, si vuole introdurre anche in Italia un sistema che, con varie sfumature, c’è in tutti i Paesi d’Europa. Della Spagna abbiamo detto. Vogliamo parlare della civilissima Francia dove, come riportava ieri Il Sole-24 ore, si stanno sbellicando dalle risa di fronte alle nostre ambasce visto che loro le «classes d’initiation» e le «classes d’accueil» ce le hanno dagli anni ’70? «Non hanno mai generato polemiche», spiegano i "cugini". «Anzi, se protestiamo è perché di classi così non ce ne sono a sufficienza». Non vi piace la Francia, preferite il modello tedesco? Ecco qua. In Germania la percentuale di bimbi immigrati per ogni classe non deve superare il 20%: se, per causa di forza maggiore, succede, vengono istituite delle classi speciali di soli alunni stranieri. Un anno prima dell’iscrizione alla scuola elementare, i figli di immigrati devono fare un test di lingua e se non lo passano devono seguire un corso di tedesco prima di essere accolti.
E allora, di che cosa stiamo parlando? Di un pretesto, purtroppo. Di uno dei mille pretesti che un’opposizione allo sbando afferra al volo nell’aria e tenta di trasformare in battaglia politica, il più delle volte fallendo miseramente. Non è strillando che si esorcizzano i problemi. E che il problema ci sia, se n’è accorto persino Veronesi... Poi, per carità, nessuno nega che la materia sia delicata, che vada evitato in ogni modo che le «classi-ponte» si trasformino in «classi-ghetto», che sia necessario pertanto precisare bene i contorni e i limiti, soprattutto temporali, dello strumento. Ma, ancora una volta, bisogna rendersi conto che i primi beneficiari di questa iniziativa sarebbero proprio i figli degli immigrati, che verrebbero messi in condizioni di trarre profitto dall’insegnamento alla pari con i loro coetanei italiani.
Se Veltroni e Fassino faticano ad assimilare il concetto, possono sempre farsi un giro ad Arzignano, Vicenza (non volevano creare il Pd del Nord? Così magari ne approfittano), e parlare con il «loro» assessore alla pubblica istruzione. «La mozione della Lega? Avrei potuto scriverla io», li stupirebbe Antonio De Sanctis, spiegando che la sua giunta di centrosinistra la sta già applicando. Da dieci anni.
Massimo de’ Manzoni