Clima, la Merkel affianca l'Italia

Il nostro Paese strappa all'Ue la possibilità di rivedere nel 2014 gli obiettivi per le energie rinnovabili. Il cancelliere tedesco: "No a misure che mettono in pericolo posti di
lavoro". Frattini: "Accordo possibile tenendo conto delle aziende"

Berlino - Mancano due giorni al prossimo vertice europeo dove uno dei temi di maggiore attrito sarà il varo del piano a protezione del clima che nel gergo comunitario è stato catalogato come «piano 20 più 20 più 20» perché prevede che ogni Paese si impegni a ridurre del 20% le emissioni di gas serra, ad aumentare del 20% la produzione di energia derivante da fonti alternative pulite e il tutto entro l’anno 2020. Un piano estremamente ambizioso e costoso, soprattutto in una fase di recessione generale, che ha diviso gli inquilini della casa europea tra ecologisti a oltranza, e quindi favorevoli ad approvare il piano senza cambiamenti e aggiunte, e chi, più realisticamente, ritiene necessario adeguare il piano all’attuale momento economico rendendolo più sopportabile per le industrie. Settimane e settimane di negoziati alla ricerca di un compromesso non hanno prodotto nessun risultato apprezzabile. Però improvvisamente alla vigilia del vertice si è aperto uno spiraglio.

La novità viene da Berlino dove Angela Merkel, un tempo soprannominata« la cancelliera verde» per il suo impegno ecologista, ha cambiato idea e sembra aver abbandonato il campo dei sostenitori a oltranza del piano. In un’intervista al Bild Zeitung, il più diffuso quotidiano tedesco, la Merkel ha detto: «Non darò mai il mio consenso a misure che siano a danno della congiuntura economica, che comportino appesantimenti insopportabili per le imprese e abbiano ricadute negative sull’occupazione». Parole che rappresentano una vera e propria marcia indietro. Basti ricordare che al vertice straordinario di Bruxelles di ottobre la Merkel premeva per accelerare il varo del piano sul clima, opponendosi a qualsiasi ritocco, tanto che Silvio Berlusconi dovette ventilare l’eventualità di un veto italiano se non ci fosse stata una revisione dei costi del piano.

Da allora non è passato molto tempo ma sono successe tante cose. Le ricadute della crisi finanziaria sull’economia si sono fatte più pesanti per tutti e per la Germania in particolare spingendo Frau Merkel a prendere atto, seppure con un po’ di ritardo, di uno scenario che non consente al mondo imprenditoriale di affrontare troppi sacrifici. In altre parole la Merkel parla oggi lo stesso linguaggio dei governanti italiani. Ieri il ministro degli Esteri, Franco Frattini, ha ribadito la volontà dell’Italia di arrivare a un accordo ma deve essere un accordo «che soddisfi alcune richieste imprescindibili per il nostro paese» come la difesa di quei settori dell’industria manifatturiera sui quali ricadrebbe il peso delle misure restrittive.

Nell’intervista al Bild Zeitung, Angela Merkel, ha ipotizzato di accompagnare il piano con investimenti, decisi a livello europeo, per sostenere quelle imprese costrette a sostituire i vecchi impianti inquinanti con impianti capaci di produrre solo quantità limitate di gas serra. L’Italia chiede, invece, che i costi del piano, una volta accertati, siano ripartiti equamente tra tutti i Paesi beneficiari in modo che a pagare non siano solo i paesi manifatturieri (e il nostro sarebbe in prima fila) mentre quelli agricoli si troverebbero nella comoda posizione di chi ha i vantaggi senza sborsare un soldo. Non sono due vie inconciliabili. Ciò che importante è che sia prevalso il realismo. Come dimostra l’improvvisa conversione di Frau Merkel, che un tabloid berlinese ha definito l’ex cancelliera verde.