Cnel: giovani emarginati da politica e professioni

L’Italia è un paese vecchio: si
vive più a lungo e si fanno meno figli. La società
invecchia non solo per motivi demografici, ma anche
perché il sistema di potere lascia poco spazio alle nuove
generazioni

Roma - "L’Italia è un paese vecchio: si vive più a lungo e si fanno meno figli. Tuttavia, la società italiana sta invecchiando non solo per motivi demografici, ma anche perchè il sistema di potere lascia poco spazio alle nuove generazioni. I meccanismi di formazione e di selezione delle èlite sono infatti caratterizzati da una bassa capacità di ricambio e da una pronunciata longevità grazie alla pervicacia con la quale la classe dirigente nostrana difende le posizioni acquisite". Questa la fotografia scattata dal Cnel, in collaborazione con Unicredit Group, nella ricerca Urg! Urge ricambio generazionale.

Il mercato del lavoro Per quanto riguarda il mercato del lavoro la ricerca sottolinea anzitutto che il fatto che "stando ai dati dell’Istat la trasformazione delle collaborazioni in contratti a tempo indeterminato non è affatto la norma: il 73,1% dei giovani che alla fine del 2006 erano assunti con un contratto di collaborazione, a distanza di un anno erano ancora nella stessa posizione". Il passaggio al lavoro dipendente è diventato realtà solo per un giovane collaboratore su cinque: questo passaggio per circa la metà dei neodipendenti ha significato accontentarsi di un contratto a tempo determinato. In pratica, nell’arco di un anno, solo un collaboratore su dieci è entrato a pieno titolo nel mondo del lavoro standard, ottenendo un contratto a tempo indeterminato. Insomma, le carriere si allungano. Ed ecco emergere un altro tratto del sistema italiano: "l’assunzione di posizioni di rilievo dipende dall’esperienza lavorativa, intesa semplicemente in termini di anzianità aziendale, a prescindere dai livelli di produttività e delle competenze di ciascuno".

La partecipazione politica Le cose non vanno leglio, secondo il rapporto del Cnel, nel mondo della politica: dal 1992 ad oggi i deputati under35 non hanno mai raggiunto la soglia del 10% degli eletti alla Camera, fatta eccezione per la XII Legislatura (1994-1996 − 12,4%). Non è un caso che questo picco si sia registrato nel periodo in cui si sono avvertiti i contraccolpi più acuti del terremoto di Tangentopoli, quando i partiti si sono dovuti adeguare alla domanda di cambiamento proveniente dalla società. Il risultato è stato che, nella parte centrale degli anni Novanta, un numero maggiore di trentenni è riuscito a conquistare uno scranno parlamentare. Questa dinamica virtuosa si è però ben presto interrotta: già nella XIII Legislatura (1996-2001), i deputati giovani-adulti sono diminuiti in modo consistente (8,2%); nelle due Legislature successive, la percentuale di under35 si è addirittura dimezzata (rispettivamente 4,7% e 4,1%); oggi, dopo le elezioni di aprile 2008, si registra solo un modesto incremento rispetto al quinquennio precedente (5,6%, +1,5%). In pratica si è tornati ai livelli degli anni Ottanta. La prima conseguenza di questa "deriva gerontocratica" è "un deficit democratico ai danni dei giovani": i 25-35enni sono un segmento assai consistente della popolazione maggiorenne (18,7%), ma il loro peso parlamentare appare quanto mai scarso (5,6%); il che vuol dire che la loro rappresentanza è pari solo ad un terzo dell’incidenza effettiva sugli elettori (0,29).

Il mondo universitario Note dolenti anche nelle università. Gli over 50 escludono sistematicamente i giovani non solo dal sistema politico, ma anche nel mondo accademico sono restii a farsi da parte: un sistema di cooptazione poco (o affatto) meritocratico, concorsi poco trasparenti e precariato, purtroppo, tendono ad essere la regola nel mondo dell’accademia. Il Cnel sottolinea che "l’anomalia del caso italiano non rappresenta certo una novità". Da tempo si denunciano i tratti peculiari dell’università italiana: "docenti anziani e nessun ricambio generazionale". In base agli ultimi dati messi a disposizione dal ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca "l’età media dei docenti universitari è di 51 anni". Tuttavia, il dato non dà a pieno la misura della deriva gerontocratica dell’università italiana. Se, infatti, si considerano solo gli ordinari, i docenti all’apice della carriera, l’età media raggiunge i 59 anni. Nel dettaglio la metà dei professori di prima fascia ha superato i 60 anni e circa 8 docenti su cento (7,6%) hanno compiuto 70 anni. Non che i professori associati e i ricercatori siano particolarmente giovani (l’età media è, rispettivamente, di 52 anni e di 45 anni). I giovani sono dunque pochissimi: solo il 7,6% (su 61.929 docenti e i ricercatori), se consideriamo solo quanti non hanno più di 35 anni. Di questi, però, la stragrande maggioranza ricopre la qualifica più bassa della gerarchia accademica: i giovani ricercatori sono 4.374 (7,1%), i professori associati 311 (0,5%) e gli ordinari solo 21 (0,03%).

Le libere professioni Persino dove il libero mercato dovrebbe più garantire le competenze rispetto ad altri fattori il freno posto ai giovani non modera il suo effetto, infatti, secondo il rapporto del Cnel, "non poche difficoltà incontrano anche i giovani italiani che vogliono intraprendere la strada del giornalismo, della medicina, dell’avvocatura o del notariato". "Pur con le dovute differenze, anche questi percorsi sembrano avere dei tratti comuni: in Italia non è vero che il merito premia sempre - continua lo studio - anche le persone più capaci, per riuscire a vivere del proprio lavoro, tra tirocini, concorsi e contratti a brevissima scadenza, devono pazientare fino a quarant’anni circa. Fino ad allora non possono che continuare a sperare nell’aiuto della propria famiglia". Nel giornalismo i giovani sono costretti ad attraversare un vero e proprio limbo esistenziale, fatto di lavoro non riconosciuto e di formazione che in realtà è lavoro. Per i più stage, tirocini gratuiti e condizioni di estremo precariato o sotto-occupazione si susseguono senza soluzione di continuità fino a oltre 40 anni. L’età media degli iscritti alle diverse categorie professionali la dice lunga circa la lunghezza dei tempi che si prospettano a quanti decidono di intraprendere la professione del giornalista. Se, infatti, l’età media dei giornalisti professionisti è di 54 anni, i pubblicisti non sono certo molto più giovani (52 anni). Anche l’età media dei praticanti, 36 anni, è decisamente elevata rispetto a quella che dovrebbe essere l’età di chi si affaccia al mondo del lavoro.

Favoritismo e raccomandazioni Nel campo della medicina, poi, "quella dei favoritismi e delle raccomandazioni è una pratica dura a morire anche in campo medico", accusa il rapporto sottolineando che "sempre più spesso, le cronache giudiziarie riportano esempi di concorsi poco trasparenti e sono ormai decine gli scandali di baroni che 'aiutano' le carriere parenti ed amici", posto che nel settore "solo dopo una lunga gavetta e molti anni di lavoro precario, si può sperare di riuscire ad esercitare la professione in modo stabile e continuativo". Una conferma di quanto sia lungo l’iter per diventare medici la dà il dato sull’età dei medici iscritti all’Albo professionale nel 2007: i medici con non più di 35 anni sono poco meno del 12%.

Avvocatura e notariato Peculiare è poi la situaziune nell’avvocatura dove la percentuale di under 35 iscritti all’Albo degli avvocati è tutt’altro che irrilevante, essendo quasi un terzo del totale (27,8%). La maggior parte di essi esercita nelle regioni del Sud (43,5%) dove, probabilmente, le scarse opportunità lavorative incoraggiano i giovani a 'crearsi' delle opportunità, magari intraprendendo la strada della libera professione. Nel mondo dell’avvocatura la questione giovanile non è tanto legata all’accesso alla professione, ma piuttosto alle condizioni lavorative in cui versano i giovani professionisti e alle difficoltà che questi incontrano ad affermarsi in un mercato nel quale i grandi studi e i nomi di grido lasciano ben poco spazio alle nuove leve. Diverse le problematiche nel notariato che è "una professione elitaria per definizione, cui hanno accesso solo 4.726 persone". Bisogna riconoscere che il notariato ha promosso un processo di autoriforma, spingendo per un aumento del tetto dei notai e dei posti messi a concorso. Peccato però che, dati i ritmi dei concorsi, tra la copertura delle sedi attualmente previste e l’allargamento del numero delle stesse passeranno decenni. È infatti prevista l’introduzione di 840 nuove destinazioni. L’auspicio è che queste sedi vengano effettivamente assegnate e che non rimangano vacanti, come spesso di fatto avviene: negli ultimi dieci anni i vincitori di concorso sono sempre stati inferiori al numero delle sedi messe a disposizione, tanto che nel 2007 i posti vacanti erano ben 586.