Il codice dello humor Ci sono solo 8 modi per far ridere la gente

LondraSi può ridere in otto modi soltanto e nessuno di questi dipende da come siamo. È questa in sostanza la scoperta di Alastair Clarke, un ricercatore evoluzionista inglese che ha classificato il senso dello humour in otto schemi. E può sembrare molto strano, ma pare si rida sempre per gli stessi motivi senza che le nostre origini, la nostra classe sociale, il nostro livello di cultura o di esperienza, influenzino l’insorgere di una risata.
Nel suo libro The Eight Patterns of Humour, appena uscito in Inghilterra, Clarke spiega che l’ilarità nasce sempre dal riconoscimento da parte del cervello di una di queste otto basi del ridere: la ripetizione positiva, la qualificazione, la ricontestualizzazione qualitativa, l’applicazione, la fine, la divisione, l’opposizione, la scala. Paroloni per indicare meccanismi spesso a noi noti, legati alle scenette delle commedie umoristiche o al semplice sarcasmo. Fa sempre ridere ripetere una frase o un concetto all’infinito, ridicolizzare e stravolgere una situazione conosciuta, cambiare la scala dimensionale di un oggetto disorientando e quindi stimolando il cervello. Clarke è giunto a queste conclusioni dopo aver studiato più di ventimila situazioni comiche, dalle barzellette degli antichi fino allo humour proposto oggi in televisione. Ha diviso poi le fonti della risata in due categorie: quelle artificiali come giornali e televisione e quelle relative alle interazioni spontanee. «Il cervello cerca uno degli otto schemi e quando lo ritrova si premia con una bella risata - spiega Clarke - a volte si tratta di uno schema soltanto, a volte può essere una combinazione. Teoricamente non esistono limiti al numero di schemi combinati che possono suscitare ilarità, la cosa incredibile è che sono sempre gli stessi otto».
«Forse l’aspetto più positivo di questa mia scoperta - ha commentato lo studioso - è che questa teoria non smentisce tutte le altre effettuate sull’argomento in precedenza, ma le riunisce per la prima volta. Per decenni infatti i ricercatori hanno concentrato la loro attenzione su settori limitati dell’umorismo litigando sulle fonti che lo scatenavano. Ora la mia teoria riconosce e accomuna tutte le altre senza esclusioni, rivelando che ridere ha ben poco a che fare con uno spettacolo comico quanto con la funzione cognitiva». I comici sono avvertiti.