Coeclerici: i re del mare scendono in miniera

Sono una delle più antiche dinastie imprenditoriali italiane. Da sempre commerciano carbone. Ora puntano sull’estrazione, comprando giacimenti in Russia

Gli ultimi due uffici commerciali sono stati aperti pochi mesi fa in Cina e in Indonesia. E nel mare aperto di fronte a Shanghai e a Giacarta la Coeclerici farà sorgere due chiatte transoceaniche zeppe di gru. Due terminal galleggianti e di grandi dimensioni, forniti entrambi, altra novità, anche di depositi. Quasi due moli giganteschi posti in mezzo al mare. Da un lato le gru caricano materie prime, carbone in particolare, da altre chiatte che arrivano dalla terraferma; dall'altro scaricano le stesse materie prime nei depositi o direttamente su altre navi, grandi navi, che poi faranno rotta per i vari porti del mondo. E una volta a destinazione trasborderanno le materie prime su altri terminal galleggianti che possono operare anche loro come magazzini prima del trasbordo su mezzi più piccoli. Insomma, la logistica nel campo dell'approvvigionamento di materie prime sta subendo una nuova rivoluzione che finirà per mandare in pensione il vecchio modo finora utilizzato un po' dovunque. E cioè quello, chiarisce Paolo Clerici, «basato sulle semplici gru galleggianti. Tanto più che questo sistema ha anche denotato problemi di limitazioni di impiego».
I terminal galleggianti. La Coeclerici ha davanti alle coste del Venezuela, più esattamente nella laguna di Maracaibo, un terminal galleggiante di 70mila tonnellate. Un altro si trova in Bulgaria, nel Mar Nero, nel porto di Bourgas, un altro in Bahrain, un altro in India al largo del porto di Mumbai. Un altro a dieci miglia da Trieste, un altro, molto più piccolo, è invece di fronte a Piombino, mentre è allo studio un terminal destinato ad Anversa. Nel porto di Murmansk, l'unico porto sul Mar Barents operativo per tutto l'anno, sono invece utilizzate in esclusiva una banchina e un'area di stoccaggio del carbone che, proprio dal gennaio di quest'anno, è dotata anche di impianti di pulizia per dare, spiega Clerici, «un servizio sempre migliore alle utilities europee». La Coeclerici, insomma, è nel bel mezzo delle grandi manovre che permetteranno al gruppo, nato a Genova nel 1895, diretto per quasi mezzo secolo da quel genio del trading che era Jack Clerici e diventato ormai di fatto milanese, di rimanere saldamente tra i più importanti operatori mondiali nel campo dei servizi integrati per approvvigionare di carbone l'industria energetica.
Un gruppo globale. Si tratta di grandi manovre che hanno rivoltato come un calzino anche la stessa Coeclerici: fino a dieci anni fa era un gruppo monopolista e con pochi rischi che realizzava tre quarti del suo fatturato in Italia, oggi è un gruppo globale che opera nei mercati di tutto il mondo realizzando il 95% del fatturato all'estero. Un gruppo molto competitivo. Il bilancio 2004 ha visto un fatturato consolidato di 421 milioni di euro ottenuto con 330 dipendenti, un margine di contribuzione per quasi 61 milioni, un utile netto pari a 30 milioni grazie anche alla plusvalenza ottenuta vendendo le attività di gestione dei pool amatoriali dopo avere ceduto nel 2002 le navi di proprietà.
Spiega Clerici: «Ci siamo concentrati nei due business principali, trading e logistica, mentre nello shipping abbiamo preferito indirizzarci al noleggio a lungo termine delle navi, un'attività più redditizia e meno rischiosa di quella basata sulla proprietà».
Occhi azzurri, accanito fumatore, golosissimo, Paolo Clerici è del 1945, nasce a Genova ma si considera ormai milanese. Del resto ha lasciato Genova all'età di 12 anni per andare a studiare prima a Moncalieri e poi a Losanna, in Svizzera, dove si laurea in economia. Dopodiché si stabilisce a Milano. È il primo di tre fratelli: Umberta, la seconda, vive da una quindicina d'anni a Londra mentre Alfonso, più giovane di otto anni, ha lavorato fino al '94 in azienda per poi impiantare a Genova una propria attività di terminali refrigerati per l'importazione di frutta. Paolo entra nella Coeclerici nel 1968 ed è a lungo solamente «il figlio di Jack», il figlio di un papà famosissimo. Finendo anche per scontrarsi con la forte personalità del padre, persona piena di idee ma anche grande accentratore. Jack Clerici, scomparso nel 2000, era davvero un vulcano di iniziative. Nel dopoguerra la Coeclerici è la terza azienda italiana ad approdare in Unione Sovietica dopo Savoretti e la Fiat. E negli anni Sessanta diventa esclusivista per l'esportazione di carbone sovietico in Italia e in seguito anche di rottami di ferro. È poi la prima azienda italiana ad importare materie prime dal Sud Africa, la prima ad usare l'aereo come mezzo di trasporto, tra le prime a riprendere nel dopoguerra l'attività armatoriale acquistando tre navi tipo Liberty per il trasporto del carbone dal porto russo di Odessa per conto dell'industria italiana. A un certo punto apre un’agenzia di viaggi per la Sardegna.
Le liti con il padre. Per un certo periodo non corre buon sangue tra padre e figlio. Tanto è vero che Paolo, il quale in molte cose la pensa diametralmente all'opposto del padre, lascia l'azienda con grande irritazione di Jack il quale, in una scena che ha del teatrale, gli dirà: «Tornerai qui in lacrime».
Lui cerca di mettersi in proprio, anche se le difficoltà sono molte dal momento che ha sempre dietro di sé l'ombra del padre. E dopo otto anni, ritorna alla fine all'ovile. Nel '92 diventa anche presidente e amministratore delegato del gruppo ma di fatto le redini del comando restano sempre nelle mani di Jack il quale continua ad agire da padre-padrone. E lo fa sino al '95, allorché lascia poco dopo l'acquisizione della Fermar dal gruppo Ferruzzi-Montedison e della Sidemar dalla Finmare.
Lo «sdoganamento». Solo allora, ricorderà Paolo, «mi sono sentito sdoganato da papà». E comincia a dare un volto diverso al gruppo proprio quando inizia a cambiare il vento del trading. Parte dal management. E per dare un taglio netto al passato, in tempi rapidi cambia l'80% dei dirigenti. Quindi ristruttura il gruppo in tre società autonome: il trading, lo shipping, la logistica. Nel trading la Coeclerici opera sino al '92 in buona parte come agente esclusivo delle maggiori società del mondo produttrici di carbone, percependo quindi commissioni sicure e senza correre rischi. Quando si accorge che queste società, per lo più americane e australiane, cominciano a bypassarla, allora i vertici varano una nuova strategia: coprire la filiera completa, partendo quindi a monte dalle materie prime. Non più solo commercio di carbone ma ampliamento dell'attività alla produzione. «Cerchiamo miniere da acquisire», conferma Paolo Clerici. Ma poichè, aggiunge, «non siamo la Shell, dobbiamo fare gli investimenti giusti».
Il noleggio a lungo termine. Passi oculati, insomma. Tipo l'investimento di 18 milioni di dollari effettuato in una miniera della regione russa del Kemerovo con il conseguente controllo commerciale dell'esportazione di carbone che quest'anno sarà di tre milioni di tonnellate. Nello shipping il gruppo Coeclerici decide di non fare più l'armatore per conto terzi ma di utilizzare solo navi noleggiate a lungo termine. Ora ne ha 16, tutte di nuova costruzione, e tutte made in Japan. Nella logistica la nuova strategia porta a guardare con particolare attenzione al Far-East, Cina e Indonesia. Tanto è vero che uno dei due figli di Paolo Clerici, il più giovane, Urbano, 26 anni, una laurea in economia a Londra alle spalle, vive a Shanghai dove ha aperto il nuovo ufficio.
Paolo Clerici, sposato una prima volta con una francese, quindi con una milanese scomparsa nel '98, infine una terza volta con una triestina, Giuliana Marzi, ha due figli. Entrambi della prima moglie ed entrambi in azienda come esponenti della quarta generazione: Urbano naturalmente, e Giacomo, 30 anni, il quale lavora nell'area amministrativa-contabile dopo essersi fatto una certa esperienza alla Pirelli e alla Rcs. Anni fa, quando i due ragazzi non erano ancora in azienda e non si sapeva nemmeno se avessero voluto entrarci, Paolo Clerici ha scritto ad entrambi una lettera in cui sintetizzava la sua idea di fondo: «È meglio investire in imprenditoria, guadagnando di meno, piuttosto che guadagnare tanto facendo il finanziere. Se non c'è lo spirito imprenditoriale, meglio fare qualcosa d'altro».
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