Colf e badanti, in Italia la metà lavora in nero

Sono seicentomila le colf "regolari" regolarmente registrate in Italia. Ma il numero reale è molto più alto. Una su tre vive nella casa in cui presta servizio. Il 20% proviene dalla Romania, il 12,7% dall'Ucraina, il 9% dalle Filippine e il 6% dalla Moldavia. Stipendio medio: 880 euro al mese

Milano - Moltissime famiglie vanno avanti grazie al prezioso aiuto fornito loro dalle collaboratrici domestiche, meglio note come colf, e a quello delle badanti. Queste ultime impiegate soprattutto per assistere persone anziane, malate o non autosufficienti. Ma quanti sono, complessivamente, quelli che svolgono questo tipo di lavoro? Più di un milione e mezzo i rapporti di lavoro attivi presso l’Inps a fine 2008 e 600 mila lavoratori domestici registrati, in gran parte donne straniere. C'è da dire subito, però, che le stime che comprendono anche colf e badanti irregolari arrivano a calcolarne fino al doppio. Le cifre sono state fornite dalle Acli Colf in occasione della XVII Assemblea nazionale della categoria. L’ultimo decreto flussi, del 2008, ha previsto l’ingresso per 105.400 colf, in aggiunta al decreto precedente che aveva registrato 420.366 domande per lo svolgimento di attività domestiche e di cura sul totale di 740.813 istanze presentate.

Le straniere Sono il 78,7% dei lavoratori domestici regolarmente registrati. Le donne sono l’87% fra i lavoratori stranieri, il 96% fra gli italiani. Il 20% proviene dalla Romania, il 12,7% dall’Ucraina, il 9% circa dalle Filippine e il 6% dalla Moldavia. Seguono Perù, Ecuador, Polonia e Sri Lanka, con percentuali che vanno dal 3,6 al 2,8% e rappresentanze minori di numerosi altri Paesi.

Le italiane Sono prevalentemente sposate, separate o vedove con età superiore ai 40 anni e svolgono lavori domestici a ore. Generalmente prestano servizi di cura e manutenzione della casa. Secondo le Acli Colf non si percepiscono tanto come lavoratrici domestiche ma come casalinghe, e non considerano il loro un vero lavoro ma piuttosto un ripiego, che abbandonano appena possono. C’è poi il caso delle giovani, spesso studentesse, che per diverse ragioni svolgono lavoro in qualità di baby sitter o di compagnia agli anziani. Inoltre è notevole la presenza di pensionate ex-colf, che non possono vivere con la pensione maturata che non è mai superiore al trattamento minimo Inps.

Il sommerso Più della metà delle colf straniere (57%) dichiara di svolgere il proprio lavoro completamente o in parte senza contratto. Il dato si ottiene sommando il numero di coloro che non possono avere un contratto perché residenti in Italia irregolarmente (24%) a coloro (33%) che, pur possedendo il permesso di soggiorno, svolgono almeno un lavoro in nero. Considerando i soli collaboratori regolari, oltre la metà (55%) denuncia irregolarità nei versamenti previdenziali: nel 24% dei casi non viene versato alcun contributo, nel 31% vengono versati solo parzialmente. Ma 6 volte su 10 questa opzione è il frutto di una scelta concordata tra datori di lavoro e collaboratrici familiari. Oppure sono le stesse colf a chiedere di essere pagate in nero (14%).

Lo stipendio Lo stipendio mensile di una collaboratrice familiare, su una media lavorativa di 42 ore settimanali, è di 880 euro (la paga oraria media è di 6 euro). Ma all’interno del settore la disparità di trattamento economico è forte.

Le mansioni Sono in prevalenza le famiglie «anziane» a richiedere l’aiuto dei collaboratori domestici: oltre la metà delle colf (57%) lavora in abitazioni in cui risiedono degli ultrasessantacinquenni. Un terzo lavora invece per famiglie con figli. Una colf su tre lavora in più famiglie. Il 31% delle lavoratrici domestiche svolge lavori di pulizia e gestione della casa, fornendo una prestazione a ore. Fanno le tate o le baby-sitter il 17% delle colf. Oltre la metà, invece, rientra nella categoria della badante: sono in prevalenza donne adulte (il 39% ha oltre 45 anni) provenienti soprattutto da Paesi dell’ex Urss, in particolare Ucraina e Moldavia. In generale, una colf su tre (il 33%) vive nella casa in cui presta servizio, ma la percentuale sale al 63% tra chi lavora all’interno dei nuclei familiari composti da un anziano ormai solo.