«Per colonizzare il Tibet la Cina ci farà invadere da milioni di immigrati»

Prima la Olimpiadi, poi una nuova catastrofe. Il Dalai Lama è preoccupato, teme per il futuro del proprio popolo e della propria patria. Le montagne del Tibet rischiano già oggi il disastro ecologico a causa dello spregiudicato processo di sviluppo industriale lanciato da Pechino. Ma la mossa più insidiosa, quella capace d’aggiungere la devastazione etnica al disastro ambientale, scatterà dopo i Giochi di Pechino quando oltre un milione di coloni cinesi marcerà verso l’altopiano. A lanciare il doppio allarme ci pensa il Dalai Lama dopo l’incontro di venerdì con il premier inglese Gordon Brown che ha suscitato le irate reazioni di Pechino. Più delle scontate proteste delle autorità cinesi - pronte a liquidare l’accoglienza di Brown come un’indebita ingerenza nei loro affari interni - preoccupano le paure espresse della massima autorità spirituale tibetana nell’intervista al quotidiano inglese Guardian.
La massiccia operazione demografica studiata per alterare la composizione etnica del Tibet trasferendovi un milione di cinesi di etnia Han sarebbe già pronta a scattare. Secondo le informazioni raccolte dal governo tibetano in esilio larghe fette di territori sono già state delimitate e sono pronte a trasformarsi in nuove colonie per accogliere gli immigrati cinesi.
«Siamo in possesso di quelle informazioni già dallo scorso anno, sappiamo che dopo le Olimpiadi un milione di cinesi si stabilirà nella regione autonoma del Tibet – rivela il Dalai Lama citando delle fonti militari - ma il rischio maggiore è che il Tibet si trasformi in un autentico territorio Han e i tibetani diventino un’insignificante minoranza. A quel punto tutti i principi alla base del concetto di autonomia verrebbero meno».
Il processo di «riallineamento etnico» della regione è iniziato, in verità, già molti anni fa, anche se le cifre sulla reale presenza cinese sono tenute segrete. Secondo il censimento del 2000 nella regione vi sarebbero soltanto 159mila Han contro almeno 2 milioni 400mila tibetani. Il governo tibetano in esilio sostiene che i cinesi sarebbero molti di più: il censimento non terrebbe conto dei soldati e dei lavoratori assunti nelle nuove industrie. Il conteggio di questi «abitanti fantasma» basta già oggi, secondo il Dalai Lama, a determinare la maggioranza cinese all’interno di Lhasa, la capitale della regione.
L’utilizzo dei nuovi coloni nelle industrie rappresenta l’anello di collegamento tra la minaccia demografica a quella ambientale. Lo sviluppo industriale senza limiti e lo sfruttamento indiscriminato delle risorse tibetane starebbe alterando la portata e la qualità di quei corsi d’acqua come Yangtze, Fiume Giallo, Indio, Gange e Mekong che scendono dall’altipiano e irrigano le grandi pianure. «La mancanza di scrupoli e d’attenzioni delle autorità ha ridimensionato il flusso dei fiumi e ne ha inquinato le acque - afferma nell’intervista il Dalai Lama -. In Tibet assistiamo ad operazioni minerarie condotte senza alcuna cautela, ad una massiccia deforestazione e a piani di irrigazione privi di qualsiasi pianificazione. In alcune valli si sono sviluppate malattie e contagi derivati, secondo molti specialisti, dall’inquinamento delle acque».