Colpa di Scalfari e dei grandi giornali

Le analisi sulla drammatica crisi del Pd mancano quasi tutte di lucidità. E la cosa è anche comprensibile. La nascita del Pd è stata prevalentemente sostenuta negli ultimi 15 anni proprio dai grandi opinionisti e dai grandi quotidiani di informazione per cui, essendo per l'appunto grandi, anche i loro errori finiscono per essere grandi. La inadeguatezza di Veltroni e la lotta tra le correnti sono le cause banali più ricorrenti nelle analisi di queste ore, prendendo così fischi per fiaschi.

I lettori sanno che noi da sempre abbiamo ritenuto il progetto del Pd un errore in radice tanto che lo definimmo sin dall'inizio una sorta di organismo geneticamente mutato (Ogm) della politica, privo di qualunque vitalità. Le storie politiche non si inventano. Immaginare di costruire un partito di massa mettendo insieme gruppi dirigenti di ex comunisti, ex democristiani, ex verdi e radicali significa non conoscere le regole universali di ogni processo politico. Un partito si forma lungo un percorso caratterizzato da una cultura politica di riferimento, da un metodo democratico per selezionare darwinianamente idee e classe dirigente e una capacità di interlocuzione attiva con la società e le sue espressioni organizzate.
Nulla di tutto questo ha presieduto la nascita del Pd. Le due culture di fondo, quella comunista e quella della sinistra democristiana, sono state rimosse azzerando così di colpo la memoria storica di masse imponenti di elettori e di militanti. Senza passato difficilmente si può però avere un futuro. Noi non dimentichiamo il peso che alcuni circoli culturali (Panebianco, Salvati, Scalfari) hanno avuto nello spingere le classi dirigenti del Pd ad azzerare la propria memoria. Per gli intellettuali, e anche per i circoli finanziari a essi collegati, è fin troppo facile questo continuo «ricominciar daccapo» perché il consenso di massa non è fondamentale nella loro specifica attività intellettuale e finanziaria. Anzi, in questi 15 anni, i sacri ispiratori dei Ds, dell'Asinello, dell'Ulivo, della Margherita e di tutti gli altri tasselli pressoché anonimi utilizzati per costruire il Pd, hanno coltivato l'utopia di un partito liberale di massa figlio a sua volta di una concezione élitaria della democrazia moderna. Sul piano culturale e su quello democratico, insomma, l'esatto contrario della tradizione democristiana e socialcomunista nonostante gli errori storici di quest'ultima. Con questa mutazione genetica fatta in salotti-laboratori il Partito democratico non poteva nascere o, nascendo, non poteva essere né vivo né vitale.

Così ragionammo in tutti questi anni e così sta puntualmente avvenendo perché la politica, contrariamente a quanto si crede, è una scienza esatta. A tutto ciò si sono aggiunte due aggravanti. La prima è stata la progressiva personalizzazione della politica che ha messo in soffitta il metodo democratico che da sostanza si è trasformata in forma, passando dai congressi vissuti dei militanti alla liturgia delle primarie della società civile. Chi veniva eletto, poi, portava con sé un gruppo di fedeli e di cortigiani in un'idea presidenzialistica dell'assetto politico e istituzionale dimenticando che in quel sistema ci sono sempre due sovrani democratici, il presidente e il parlamento nelle istituzioni, il segretario e il consiglio nazionale con la sua direzione nei partiti.

La seconda è la scelta di interloquire con il governo piuttosto che con la società e le sue espressioni. Di qui la ridicola idea del governo ombra volendo così evocare un sistema politico anglosassone senza la presenza degli inglesi piuttosto che rilanciare un'organizzazione partitica capace di confrontarsi con l'intero mondo di una società frammentata che mai come ora ha bisogno di certezze e di sicurezze. O essa le trova in un leader carismatico o in gruppo dirigente, ampio e radicato sul territorio, portatore a sua volta di un'idea diversa e alternativa della politica. Il Pd non ha né l'uno, né l'altro. Di qui la sua crisi strutturale e il suo declino. Veltroni certamente è stato l'amplificatore di tutti questi difetti congeniti. Se lo si sostituisce, però, senza nulla mutare, lo sfarinamento del Pd continuerà in un crescendo rossiniano.

I lettori sanno la nostra idea di sempre sull'argomento. Il Pd va sciolto facendo riemergere le due tradizioni politiche, quella socialista a 20 anni dalla caduta del muro di Berlino che ha seppellito il comunismo internazionale, e quello della sinistra democristiana, due tradizioni, due famiglie politiche che governano oggi la stragrande maggioranza dei paesi europei. Diversamente sarà il caos per il Pd e una difficoltà per l'intera democrazia italiana.