«Com’era babbo Giovannino? Furente, tenero e frenetico»

nostro inviato a Roncole Verdi (Parma)

Se gli chiedi un episodio forte, una cartolina domestica di Giovannino Guareschi che ha attraversato il tempo, Alberto e Carlotta si guardano in faccia un attimo. Poi, davanti a una fetta di salame e a un bicchiere di Malvasia, raccontano non uno ma due fatti che spiegano, meglio di tanti convegni, chi era il loro «babbo». Quel padre che ritraggono con nostalgia e affetto per oltre quattrocento pagine in Giovannino nostro babbo (Rizzoli) in libreria da mercoledì.
Comincia Alberto: «Era la vigilia di Natale e la mamma, santa donna, l’unica che poteva reggere quell’uomo, aveva fatto le tagliatelle, come da tradizione delle nostre parti. Ma il babbo era molto attento alle usanze, controllava tutto, era quasi maniacale».
Insomma, cosa successe?
«Il babbo verificò e si accorse che le tagliatelle non erano larghe due dita come imponeva la nostra tradizione».
Risultato?
Questa volta risponde Carlotta: «Giovannino tirò la tovaglia con tutti i piatti, le pentole, le posate, il cibo, tutto quanto. Finì tutto per terra, in un fracasso assordante di stoviglie che si fracassavano».
Infernale.
Riprende Alberto: «Non era ancora finita, non si era ancora sfogato. Un pentolino di rame era sopravvissuto miracolosamente a quella sfuriata. Il babbo se ne accorse, lo avvicinò come si avvicina una preda e lo prese a calci finché gli riuscì di farlo a pezzi. A quel punto, finalmente, si diede una calmata».
Vostra madre Ennia?
«Non faceva una piega. Lei sapeva che quelle sfuriate finivano lì, le tollerava, le metteva in conto, le assorbiva. Poi l’esistenza dei Guareschi - la mamma, il babbo, io e Carlotta - riprendeva come prima. I nostri genitori erano avvinti da un amore fortissimo, indistruttibile, fortissimo. Lui andava e veniva, faceva e disfaceva, lei gli correva sempre dietro, lo aiutava, lo consigliava. Soprattutto lo metteva in guardia: “Attento, quel tipo lì non mi piace, ti vuol fregare”, e lui ne teneva conto. La mamma sapeva leggere il cuore delle persone».
Ma non avevate paura di un uomo così?
Carlotta: «Ma no, il babbo era buonissimo. Un pezzo di pane. Non ha mai dato uno schiaffo ad Alberto, a me forse una volta o due. Buffetti. Nulla di più. È che si sfogava in quel modo. Un’altra volta disse ad Alberto di portare qualcosa in cantina. E lo avvisò: “Attento che c’è la damigiana dell’aceto. Mi raccomando”».
Alberto, invece, si distrasse?
«Alberto era maldestro e come arrivò in cantina centrò in pieno la damigiana che si ruppe».
Giovannino?
«Gli prese un attacco dei suoi. C’era una spazzola con i denti di alluminio che serviva per pulire i culatelli e le forme di parmigiano. La prese e cercò di romperla. Ma non ci riusciva. Allora prese un pezzo di legno, ci sistemò la spazzola, poi cominciò a saltarci sopra finché raggiunse lo scopo».
In casa com’era la vita?
«La casa di Roncole Verdi, “L’incompiuta”, dove andammo a vivere nel ’52, era un eterno cantiere. Lui aveva progettato tutto. Era nel suo piccolo la “Sagrada Familia” di Gaudì. Piano terra, primo piano, il secondo, il terzo dove c’era l’archivio. E voleva realizzare anche una torretta. Per anni e anni noi mangiavamo e intanto elettricisti, muratori, idraulici andavano e venivano. In casa non si parlava, si urlava. E nostro padre metteva becco dappertutto: dal colore delle tende, ai mobili, fino alle lampadine».
Scrittore infaticabile, ma anche uomo di grande manualità?
Alberto: «Era figlio di un meccanico e aveva la meccanica nel sangue. Una volta Indro Montanelli descrisse un fantomatico incontro fra lui, il babbo, Andrea Rizzoli, il figlio del grande Angelo».
Perché fantomatico?
«Perché quell’episodio era inventato di sana pianta».
Andiamo avanti.
«Il perfido Montanelli immaginò un quadretto molto divertente: il babbo avrebbe invitato l’incolpevole Andrea, che era piuttosto corpulento, a sedersi su una sedia da lui costruita. Andrea fece per accomodarsi e precipitò a terra in un fragore di viti e di chiodi che saltavano».
Letteratura?
«Fiction. Quella sedia regge ancora benissimo. Ma il babbo la prese male. E rispose con uno scritto scherzoso, ma fino ad un certo punto, sul Candido. Spiegò che accettava qualsiasi critica sulla sua scrittura, ma non quelle relative alla sua abilità come falegname. Quelle le rispediva al mittente. Sdegnato».
Giovannino uomo tutto d’un pezzo?
«Sì, ma anche molto ironico. Nel ’54, mentre era in corso il processo per diffamazione intentato da De Gasperi, i ladri visitarono “l’Incompiuta” per la seconda volta e portarono via un magnetofono che il babbo aveva comprato nel ’46. Lui pensava che fosse un furto pilotato, addirittura dalla Questura di Milano, e annunciò ai giornali che col magnetofono era sparito un nastro importantissimo».
Cosa c’era in quella cassetta?
«Il mistero è stato sciolto un paio d’anni fa quando da un articolo di giornale si è saputo che Giovannino aveva inciso una lunga seria di pernacchie. Un messaggio vibrante per i potenti dell’epoca».
Dopo la condanna per diffamazione, Giovannino andò in carcere. A Parma. Cosa vi disse?
Carlotta: «Niente. Si sapeva che era un’ingiustizia, ma lui e la mamma facevano finta di niente. Anche ai colloqui, ogni quindici giorni, in mezzo agli altri galeotti. “Come stai qua?”. “Benissimo”. “E tu? Ti manca qualcosa?”. “Nulla”. Fra l’altro, in cella, una stanzetta col bugliolo, gli offrirono una stufetta, perché non c’era il riscaldamento, ma lui fu irremovibile: “O a tutti o a nessuno”. E si tenne quel clima polare, anche i diciassette gradi sotto zero. Tornò a casa col fisico debilitato, non era più lui».
Però continuò la sua attività frenetica di scrittore.
Alberto: «Ma nel ’61 gli chiusero il Candido e questo lo stroncò definitivamente. Nel ’62 gli arrivò l’infarto. Era solo a casa, io ero militare, la mamma e Carlotta al mare, e lui restò due giorni e due notti nella sua camera al secondo piano dell’“Incompiuta”. Aveva letto da qualche parte che, in quella situazione, si doveva stare immobili e prese alla lettera quella raccomandazione. Gli ultimi anni era incupito, rideva meno, stava sempre più solo. Però, per darci un futuro, nel ’64 ci aprì un ristorante: “Guareschi”. Di fianco alla casa natale di Giuseppe Verdi. Noi eravamo in sala, lui al tavolo: parlava con i clienti, firmava qualche autografo, insomma faceva pubbliche relazioni. Nel ’68 un altro infarto se lo portò via. Aveva solo sessant’anni. La mamma perse ogni interesse, come svuotata, anche se gli sopravvisse per sedici anni. Fino al 1984».