Il commento Gossip, sms e blog: è la libertà di spionaggio

EQUIVOCO La democrazia dell’informazione diventa un enorme campo nudisti per le sentenze morali

Brenda aveva un computer.
Anzi forse Brenda non aveva mai avuto un computer e neppure lo sapeva usare.
Anzi, Brenda era un’esperta di computer, forse addirittura qualcosa di simile a un hacker, un mago delle memorie audio-video, della navigazione in rete e degli accessi a siti, domini, server e indirizzi.
Il computer trovato nell’acqua assomiglia più a una raffigurazione simbolica o a un messaggio, che all’annichilazione reale di una memoria. Certo è che Brenda, China, Natalie, Gianguerrino e compagnia, disponevano di una quantità di telefonini, videotelefonini e chips pieni di immagini, numeri, tracce, sms, mms e quant’altro.
Proprio questo è il punto. Le nuove frontiere della tecnologia elettronica di massa spalancano all’informazione, ma anche all’antropologia ed etica della comunicazione, orizzonti nuovi. Con un piccolo programma a portata di tutti si possono tracciare gli spostamenti di un cellulare tra città e campagne, e le vecchie cimici elettroniche sono obsolete quanto i loro omologhi insetti. Di eventi e spostamenti rimane una memoria indelebile come delle debolezze erotico-sessual-tossicologiche di chissà quanti personaggi noti e ignoti, ritratti loro malgrado a futura memoria nelle pose più disdicevoli.
Il dossieraggio non è una pratica né inedita né ignota. Ha fatto, con grandi archivi cartacei, anche la storia di importanti spezzoni della Prima Repubblica, oltre che di tutti i regni della terra. Come non ricordare gli immensi faldoni cartacei dell’ineffabile prefetto D’Amato del mitico ufficio Affari Riservati del Viminale, raffinato gourmet napoletano ma anche attento cucinatore, come i grandi poliziotti alla Fouchet, di vizi e virtù umane? Ma crediamo di non sbagliarci se pensiamo che la comunità trans tra via Gradoli (sic!) e Due Ponti disponga di un archivio e di una capacità tecnologica di memoria e di intelligence, potenzialmente superiore a quelle della Cia del 1948. Insomma, l’elettronica, come il web, ha cambiato radicalmente i contenuti della reputazione e della ricattabilità, in un mondo in cui un talk-show di seconda serata vale più di un processo.
Provate a digitare il vostro nome su un motore di ricerca. Non dico per un personaggio pubblico, ma per un cittadino qualsiasi, che faccia un mestiere appena più visibile di quello di un bidello di provincia. Troverete tracce antiche e recenti di ogni passaggio esistenziale: da un convegno a una multa, da un concorso pubblico a una pubblicazione o una comparsata in tv, in una sorta di super accessibile reputazione telematica alla faccia della privacy. Se poi quest’indagine si estende a YouTube, ai blog e a Google Earth, potreste ritrovarvi raffigurati ovunque e comunque, nelle pose, condizioni e giudizi più vari.
Questo sabba planetario di visibilità ha cambiato anche, a mio modo di vedere, il senso della giustizia penale. Altro che processo breve di 6 anni. Oggi sono sufficienti i 6 minuti di un’indiscrezione giudiziaria o persino di un pettegolezzo pubblicato in rete per sputtanare chiunque: che si tratti di semplici culetti d’oro o di ipotetiche partecipazioni a malversazioni di ogni genere. Oserei dire che l’unica parte significativa di un processo è quella che precede l’avviso di garanzia, che quando arriva fa già saltare la santabarbara della comunicazione.
I piccoli registratori stile D’Addario completano la sceneggiatura, consegnandoci a una realtà in cui le vituperate intercettazioni diventano quasi inutili. A quel punto meglio teoremi o racconti non verificabili su fatti di un ventennio prima.
In questa sorta di totale intercettabilità reciproca si realizza il sogno del mitico «panottico» di Jeremy Bentham. Il filosofo dell’utilitarismo positivista immaginava un carcere ideale di forma sferica, in cui ogni punto fosse visibile da qualsiasi altro punto, alla faccia di qualsiasi oscurità, opacità o privacy.
In definitiva è la fine anche del monopolio statuale della forza, base degli Stati di diritto post illuministi. In un sistema informativo diffuso e multicellulare in cui tutti raccolgono informazioni su tutti e le amplificano, possiamo gioiosamente prepararci a vivere in una sorta di campo nudisti «morali» planetario che offrirà un’alluvione di immagini, dati e informazioni, magari raccolti con un telefonino e immediatamente condivisi con un clic con l’intera semiosfera. In questo pianeta dei segni navigano barracuda e pacifici pesci palla, squali, tonni e delfini, più o meno responsabili.
Certo è che questioni sempre più «sensibili» come l’andamento di un titolo di borsa, la consistenza di un governo, l’affidabilità di un amministratore delegato, la rispettabilità di un giudice o di un alto burocrate, la spendibilità di un calciatore o di uno showman saranno sempre più fragili e amalgamate in un esplosivo brodo primordiale in cui tra gossip e intelligence, tra diritto penale e auditel, tra valori monetari e valori ideali, i confini saranno sempre più labili.
Raccontano che il grande pm Woodcock, confabulando con la sua squadra di agenti di polizia giudiziaria, si dicesse entusiasta ascoltando i diversi milioni di euro in intercettazioni, realizzate a spese dei contribuenti, del privilegio oltre che del valore etico di potere giudicare il mondo dal buco della serratura.
La democrazia inconsapevole della tecnologia e della super massmediatizzazione delle piattaforme convergenti (tv generalista, canali tematici digitali, canali satellitari, internet e i milioni di telecamere in tasca di tutti, dai bambini ai trans) sta democratizzando e massificando inesorabilmente questa prerogativa regia.
Gli esiti sono tutti da vedere. Chissà che tra poco non si possano anche registrare, intercettare e fotografare e mettere in rete persino i pensieri e le intenzioni: sarebbe finalmente il mondo dei perfettamente «puri» in spirito.