Il commento Un nodo ancora irrisolto della nostra civiltà

L’impossibilità che si è manifestata in qualche commento di fronte alle affermazioni del presidente della Camera Gianfranco Fini di ammettere che il cattolicesimo non assunse un ruolo salvifico al tempo delle leggi razziali e, quindi, più avanti, della Shoah spiace dire che somiglia un po’ alla difficoltà degli eredi del comunismo di venire a capo dei problemi ontologici della loro scelta d’origine, e quindi della loro identità odierna. Le leggi razziali presero ben concreto piede (mia madre e mia zia furono espulse da scuola, mio nonno dal lavoro.. poi persero la casa, e i loro beni, poi i miei zii finirono ad Auschwitz) tra istituzioni e popolazioni cui spetta storicamente la qualifica di civiltà cristiana. Nessuno protestò drammaticamente, o solidarizzò pubblicamente. Così era l’Italia.
Quali che siano stati i tentativi, gli afflati altamente apprezzabili insieme anche alle parole sia dei Papi che dei cattolici italiani e tedeschi e di altri cristiani di salvare gli ebrei, o meglio una parte di essi, nessuna confessione scomunicò, vietò con presa di posizione ufficiale le leggi che discriminavano i loro fratelli maggiori, gli uomini che come Cristo recitavano lo Shemà Israel e il Padre Nostro; così andò anche con la Shoah. Anche le società cristiane aggredite dal nazifascismo coprirono sorprendentemente tutti i fatti che portarono ad Auschwitz. La denuncia dell’antisemitismo da parte del Papa è un piccolo gesto rispetto a quello che stava accadendo. Non si trattava di una bestia appena svegliatasi ma della storica montagna, di pregiudizi e di persecuzioni, che si frapponevano fra i cristiani e gli ebrei. Della civiltà cristiana che aveva spesso calpestato la sua parte ebraica.
La Chiesa ha vissuto un processo lento e faticoso di riconoscimento (completatosi con la visita in Israele di Giovanni Paolo II) per collocare gli ebrei in un giudizio univoco, per capire finalmente se contava di più la propria radice o il «deicidio». Fini ha messo proprio il dito sulla piaga chiedendosi, col documento del Vaticano del 2000 «Memorie e riconciliazione» se la persecuzione degli ebrei non fosse stata facilitata dallo spirito antiebraico di molti cristiani. È evidente che la risposta è sì. Ma ci vuole coraggio: lo «spirito antiebraico» non è solo antisemitismo. Nella sua forma di discriminazione e persecuzione rappresenta la crisi estrema di una civiltà che ancora oggi soffre una pesante crisi di identità.
Le leggi razziali furono accettate dalla società cristiana, prima di tutto italiana con acquiescenza, negazione, complicità. Questo non vuol dire che anche nella mia famiglia non dobbiamo ringraziare dei religiosi cristiani per avere salvato molti ebrei. La gratitudine è profonda, ripetuta e istituzionalizzata persino a Yad va Shem e nello stato d’Israele. Ma qui, lo si capisca infine, siamo di fronte a un nodo identitario del cristianesimo. La discriminazione, la persecuzione e poi la Shoah, stanno nel cuore di un rapporto irrisolto della storia della nostra civiltà, che oggi deve lottare per salvarsi, e quindi deve essere forte. Il lavoro degli ultimi due Papi ha affinato teologicamente la consapevolezza del genocidio, che diventa tema di fondo, mi sembra abbiano detto, quando si presenta dentro il proprio corpo.