Il commento Ma quel ripasso pomeridiano è indispensabile per imparare davvero

RIMEDI Dire che gli esercizi a casa non servono a nulla è un’ipocrisia: dietro ci sono le carenze educative dei padri

La questione, ormai, è cosa debba essere la scuola. La richiesta dei due genitori canadesi di abolire i compiti per casa agli studenti sembra lontana, un fatto che non ci riguarda. E, invece, chi ha un figlio a scuola sa come sia all’ordine del giorno la questione dei compiti per casa: si discute su quanti debbano essere, quando darli, quando sospenderli o, semplicemente, se sia il caso di abolirli. Insomma, da noi non c’è ancora stata un’azione legale con cui imporre attraverso il tribunale la cancellazione dei compiti per casa, ma non mi stupirei se in breve tempo si arrivasse a questo.
Comunque il modo acceso e appassionato con cui si dibatte il problema tra genitori nei consigli di classe lascia supporre che la prospettiva di rimettere la materia a un giudice non sia affatto stravagante.
Chiunque abbia un minimo di esperienza di scuola e di insegnamento sa che lo studio a casa è utilissimo, sia perché consente al ragazzo di riflettere personalmente su ciò che è stato spiegato in classe, sia perché permette di elaborare un metodo per fissare nella memoria una serie di nozioni e di concetti. Una cosa sono le spiegazioni che arrivano dall’insegnante, un’altra cosa è imparare e appropriarsi della complessità di quelle spiegazioni. Un esercizio, questo, che si fa in solitudine o, eventualmente, con un compagno.
Si tratta di un processo di apprendimento indiscutibile, e tuttavia viene messo in questione. Davvero il dubbio riguarda i vantaggi che si ottengono studiando e ripassando a casa le lezioni ricevute in classe? Neppure per sogno. Il problema è un altro, riguarda la funzione della scuola nel contesto familiare.
Si consideri il numero delle ore in cui lo studente è impegnato in classe. Per anni e anni, la scuola finiva alle dodici e mezza, una. Oggi dura fino alle tre e mezza, quattro e mezza. Non c’è nessuna ragione didattica, nessun programma di studio che giustifichi sette, otto ore di scuola. La giustificazione sta nelle esigenze dei genitori, che non possono rientrare a casa in tarda mattinata o a metà pomeriggio. Il papà lavora, la mamma lavora: se non ci sono i nonni con chi stanno i bambini? La risposta è: deve pensarci la scuola. E la scuola finisce per surrogare le funzioni della famiglia.
Alcuni istituti riescono a tenere in classe gli studenti con le cosiddette attività integrative, ma poi, al più tardi, alle cinque del pomeriggio, i ragazzi devono tornarsene a casa. A fare i compiti? E chi li segue? I genitori non ne hanno nessuna voglia dopo aver lavorato una giornata; i ragazzi non ne hanno nessuna voglia dopo essere stati rimpinzati per otto, nove ore di parole: vanno davanti alla televisione, alle Playstation e così, dopo essere stati inebetiti dalle parole, adesso si rimbecilliscono con le immagini.
I genitori non sono sostituibili; la famiglia non è surrogabile dalla scuola; l’apprendimento ha delle regole che non possono essere modificate perché il mercato del lavoro tiene fuori casa papà e mamma. Ma il mondo sta girando in un altro modo, e allora ecco che per magia i genitori diventano sostituibili, la famiglia è surrogabile dalla scuola e il mercato del lavoro detta legge all’apprendimento. La conclusione è ovvia: deve cambiare la scuola. E infatti, sulla base di queste esigenze sta cambiando ormai da anni, ma in peggio. Il suo compito, quello che sta più a cuore ai genitori, è di accogliere e custodire i loro figli: se imparano bene, altrimenti pazienza. E di questa pazienza ce ne deve essere molta in giro se si accetta di buon grado un livello scolastico spaventosamente basso.
Sostenere che i compiti per casa non servano a niente è una delle tante ipocrisie con cui le famiglie nascondono le proprie carenze educative e, spesso, l’indifferenza di fronte alla preparazione scolastica del proprio figlio. D’altra parte, se è umanamente comprensibile l’indisponibilità dei genitori a seguire i propri figli, sarebbe opportuno che essi trovassero un rimedio senza pretendere l’ulteriore dequalificazione della scuola.