Il commento Se ora protestano anche i sindaci nordisti

Gran parte degli spazi sugli organi di stampa e sulle tv è occupata da vicende di viados, escort, Fini, ribaltoni, processi, elezioni anticipate, giudici e alleanze. Tutta roba che oscura e toglie spazio ad altre notizie. In particolare trova pochissima attenzione un fenomeno che promette di avere interessanti conseguenze sul futuro di tutti. Da qualche tempo, in realtà da parecchi mesi, sta avvenendo qualcosa che in tanti prendono sottogamba. Parecchi sindaci e amministratori locali, soprattutto settentrionali, stanno alzando la voce su temi che toccano più l’uomo della strada che non i talk show, stanno mettendo in moto un ambaradan che potrebbe anche diventare una tumultuosa valanga. È significativo che siano principalmente amministratori di Comuni di piccola o media grandezza e soprattutto dell’area padano-alpina. I temi su cui si agitano riguardano essenzialmente i guai dell’immigrazione, le ristrettezze economiche degli enti locali, la sicurezza dei cittadini e le conseguenze più immediate della crisi economica.
Vengono dalle comunità minori perché è lì che i problemi si vedono prima e con maggiore chiarezza, perché il rapporto fra eletti ed elettori è più stretto, perché sono i posti dove la democrazia rappresentativa ha canali di comunicazione brevissimi, dove la gente parla per strada con gli amministratori, dove la partecipazione alla vita politica è diretta, dove la democrazia è vera e non di carta.
Vengono soprattutto dalle comunità settentrionali dove la discrepanza fra quello che si dà e si riceve dallo Stato - il cosiddetto «residuo fiscale» - è enorme, dove la gente paga un sacco di soldi in tasse di ogni genere e poi si trova di fronte sindaci che non possono fare nulla perché non hanno un ghello a causa dei sempre più ridotti trasferimenti dallo Stato, dei patti di stabilità e di altre asinate del genere. Nei piccoli e medi centri del Nord gli effetti della recessione economica combinati con il salasso fiscale sono più deflagranti perché in pochi vivono di stipendi pubblici o si aggrappano alle inesauribili tette statali per antica consuetudine.
Molti dei sindaci che alzano la voce sono leghisti, sono gli uomini migliori della Lega, che vengono dal basso. Ma non ci sono solo loro perché il malessere si sta diffondendo sul territorio creando nuove comunanze politiche slegate dai partiti tradizionali. Quella che si sta delineando è una nuova Lega che riprende le più collaudate istanze autonomiste e localiste, che aspira a forme di democrazia più diretta e partecipativa, che sempre di più guarda quel che succede appena al di là dei confini con la Svizzera, dove la gente decide quanto tassarsi e per quali obiettivi e servizi farlo, dove ognuno gestisce responsabilmente le proprie risorse in libertà e autonomia senza vederle sparire in misteriose attività perequative in posti lontani e improduttivi.
È la vera gioiosa novità che in troppi fanno finta di non vedere. Qualcuno cerca di esorcizzarla con la prospettiva futura del federalismo fiscale che dovrebbe risolvere gran parte dei problemi sollevati: in realtà si tratta della promessa di una gallina piuttosto spompata al posto di vagonate di uova che ogni giorno si vedono sottrarre dal proprio pollaio. Si tratta di un giochino che in molti non sono più disposti a subire: giorni fa Bossi è stato estremamente esplicito sulla privatizzazione dell’acqua delineandola come l'ennesimo boccone da mandare giù per avere il federalismo fiscale. Subito dopo però sul tavolo è arrivato il piatto indigesto del cosiddetto Codice delle Autonomie, una operazione che più giacobina e centralista non si può. In nome dei risparmi si puniscono quelli che risparmiano sulla base del principio fascio-comunista che qualcuno dall’alto decide tutto. Il federalismo vero prevede che ognuno si gestisca casa propria come gli pare purché se ne paghi i costi. Un Comune vuole pavimentare d’oro le proprie strade? Una provincia vuole assumere un esercito di forestali o di giocolieri? Una regione vuole settemila consiglieri strapagati, con auto blu ed escort? Cavoli loro purché se li paghino e i loro cittadini siano d'accordo. Come in Svizzera. Tutto il resto è centralismo, è oppressione statalista imporre tasse, spese e regole di gestione.
Oggi ci si stupisce perché molti sindaci sono in subbuglio. Ci sarebbe da domandarsi perché il bubbone non sia ancora esploso. Molti (i migliori) di loro non sono più disposti a subire, a fare i kapò dello Stato contro la loro gente, non ce la fanno più a raccontare ai propri cittadini che devono pazientare ed essere temporaneamente poveri per esserlo un po’ meno domani, quando potrebbero essere ricchi fin da subito.