Il commento Ma sono gli industriali a dover fare di più

Emma Marcegaglia sbaglia quando afferma che gli industria italiani fanno già la loro parte e, nello stesso tempo, chiede più aiuti pubblici per la ricerca, argomentando - cosa vera - che in Italia le spese per la ricerca sono meno della media Ocse. Infatti è verissimo che in Italia, dagli ultimi dati, risulta che le spese per la ricerca sono solo l’1,2% del Pil contro la media Ocse del 2,4 e il 2,8 della Germania nel 2009 in piena crisi.
Ma il Gerd (Gross expenditure on research and development, spesa lorda per ricerca e sviluppo tecnologico, ndr), si compone di investimenti pubblici e privati nella ricerca e mentre la quota privata, nella media Ocse è il 64%, ossia i due terzi, in Italia è solo il 42%, dunque meno della metà. Si dice che ciò dipende dal fatto che da noi ci sono meno grandi imprese e generalmente le grandi imprese fanno più spese di ricerca delle piccole. Ma è proprio nelle imprese maggiori, che l’Italia, nella classifica del Gerd si piazza male. Essa è infatti al 21mo posto della classifica di tali spese fatte dalle grandi imprese dai Paesi Ocse, mentre è al 14esimo posto per quanto riguarda le piccole e medie imprese.
Dunque, ora che lo Stato ha fatto alcuni passi avanti, con gli esoneri fiscali per la ricerca, li compiano anche gli industriali. E, in particolare, li effettuino le imprese maggiori prendendo esempio dagli altri paesi europei, con cui ci confrontiamo nell’Unione europea. Dunque a questa parte del discorso di Emma Marcegaglia debbo dare un doppio segno meno, in base al motto biblico secondo cui è sbagliato cercare la pagliuzza nell’occhio altrui quando si ha una trave o almeno un consistente ed annoso travicello nel proprio.
Ciò detto, occorre darle finalmente un bel più per la parte del suo discorso che si riferisce a un altro tema cruciale della nostra economia, quello dei contratti aziendali ad integrazione e in parziale deroga a quelli nazionali orientati alla produttività, di cui è alfiere l’italo-canadese Sergio Marchionne. Alle officine di Grugliasco ex Bertone l’83% dei lavoratori, nel referendum, ha detto sì a questo contratto anche se molti di loro potrebbero fruire di qualche anno di cassa integrazione straordinaria e poi andare in pensione. Sino ad ora Emma Marcegaglia aveva traccheggiato, con un occhio approvava i contratti in deroga, con l’altra simpatizzava per Susanna Camusso, leader della Cgil che non li vuole e con la maggioranza di Fiom che li osteggia. Ora però Emma, alla fine del suo mandato, ha detto in modo chiaro: «Con la strumentazione che abbiamo, possiamo avere contratti nazionali più avanzati, deroghe, addirittura aziende che fanno opting out, che decidono di avere un contratto aziendale al posto di quello nazionale». Ha aggiunto che con le regole attuali di Confindustria è possibile farlo.
Occorre sottolineare che, se l’Italia stenta a crescere, una delle ragioni principali è che i contratti aziendali che hanno il pieno consenso dei sindacati liberi ed ora di una parte della Cgil e il sostegno del governo non sono stati difesi in modo chiaro dal vertice degli industriali. Ora finalmente la Confindustria si schiera su questa linea. È da augurarsi che lo faccia anche nei ricorsi in tribunale contro quelli di Fiom. Stento invece a capire la retorica negativa di Emma Marcegaglia che afferma che nel decreto sullo sviluppo non ci sono liberalizzazioni, ma solo semplificazioni di procedure amministrative, che è esattamente la critica che fa la sinistra, a cui Emma continua a strizzare l’occhio.
Infatti essa fra le semplificazioni cita le nuove norme sull’edilizia. Ora io domando: il fatto di consentire di costruire il 20% in più di cubature, con regole di silenzio assenso non è una liberalizzazione? E il fatto di introdurre la Scia, segnalazione al comune di inizio di attività, che non richiede un permesso urbanistico o edilizio del comune, ma solo una sua presa d’atto in luogo di richiesta di inizio dei lavori, non è una liberalizzazione?
E chiudo dicendo che la critica di Emma al bonus fiscale per le assunzioni nel Sud come «elettoralistica» è sbagliata. Il Sud ha bisogno di esoneri fiscali al posto di sovvenzioni. Gli esoneri tributari sono automatici e vanno a chi ridurre costi e aumentare utili di chi produce, le sovvenzioni vanno anche a chi finge di produrre. Semmai avrebbe dovuto dire che si tratta di un segnale, a cui dovrebbero seguire azioni più ampie. Ridurre le imposte fa bene. E ciò specialmente dove pullula l’economia sommersa.