Como, spende ottomila euro per un trancio di «pizza da re»

Si chiama «Louis XIII»: fra gli ingredienti tre tipi di caviale, aragosta pregiata e una particolare mozzarella di bufala

da Como

È più un’esperienza da raccontare per tutta la vita che un piatto da mangiare in una sola sera. Perché 20 centimetri quadrati di pizza, anche i più prelibati del mondo, finiscono alla svelta. Per riuscire a pagare il conto di 8.300 euro, però, la maggior parte della gente deve lavorare almeno nove mesi. Non i clienti di Renato Viola da Agropoli (Salerno) che di mestiere fa il consulente aziendale, eppure campa preparando pizze che costano come un’automobile di media cilindrata.
Al momento la sua strategia di mercato più famosa è quella di aver ideato una pizza che costa più di 10 televisori contro i 4-5 euro della margherita tradizionale. Con il corrispettivo del conto che bisogna pagare per farsi servire da lui si potrebbero sfamare 8.300 bambini africani al giorno, pagare le bollette di una famiglia media per due anni, organizzare un pranzo di nozze, regalare due o tre lune di miele intorno al mondo e coprire le rate dell’arredamento di mezza casa.
Una follia, bruciare il tutto in due morsi, che qualcuno però fa volentieri. I clienti infatti non mancano. Viola ne ha a Milano, a New York, a Londra e da qualunque città arrivi l’ordinazione. Cucina a domicilio. La prossima, a fine settembre, a casa di un comasco che, forse vergognandosi, preferisce restare nell’ombra. Probabilmente masticherà ogni boccone 28 volte, come insegnavano una volta i vecchi maggiordomi, per far durare di più il piatto regale. Di sicuro staccherà un assegno sufficiente a pagarsi un anno d’affitto pur di mangiare un trancio di Louis XIII, un prodotto in linea con le manie di grandezza del re di Francia. «Costo esagerato? Macché - ride Viola -. È solo il prezzo degli ingredienti più un piccolo guadagno per me e i miei collaboratori, il mio chef e il mio sommelier».
Un consulente aziendale non cucina da solo, ci mancherebbe. Però sceglie gli ingredienti e li mette insieme con il suo staff. Ciò che finisce nello stomaco di chi può permetterselo è da leggere con attenzione per far fare almeno un giro da sogno (e gratis) alle papille gustative di chi la Louis XIII può solo immaginarsela. Premesso che l’acqua e la farina dovrebbero essere identiche a quelle di un normale panettiere, la differenza comincia a farla la mozzarella, di bufala campana Vannulo, salata con il sale australiano Murray River. «Un sale color albicocca - dice Viola - che non può essere sostituito da nessun altro, altrimenti cambia il sapore». Al posto della pummarola c’è il caviale. Anzi, i caviali, perché nella superpizza ce ne sono tre: storione caspio-danubiano («vietato pescarne più di 100 esemplari l’anno»), storione iraniano e Oscietra reale prestigio.
Se la pizza costa, ovvio che sopra ci sta anche l’aragosta. E mica un’aragosta qualsiasi, ma la Palinurus Elephas, «la più pregiata in assoluto della specie». I gamberoni completano il sapore e il tutto viene annaffiato con cognac Louis XIII Remy Martin e il brandy Cardenal Mendoza Carta Real, in bottiglia serigrafata e numerata. E una pizza così non si beve con la Coca Cola. Servono le bollicine dello champagne per dimenticare il conto, quelle del Krug, il più stratosferico degli champagne come ogni ingrediente in questa pizza che Paperon de’ Paperoni si potrebbe permettere, ma rifiuterebbe per la sua proverbiale taccagneria.
«Eppure a noi la chiedono - conclude Viola -. Imprenditori, attori, calciatori. Ovvio che se dobbiamo cucinare all’estero il prezzo sale. A New York la pizza può costare anche 15mila euro». Sempre per i 20 centimetri quadrati di partenza. Magari serviti pure su un piatto d’argento.